La notte in cui Miriam Levi capì che lo Zohar e l’equazione di Schrödinger descrivevano la stessa cosa, il cielo di Gerusalemme era così carico di stelle che sembrava una pagina di Torah scritta con inchiostro di fuoco.
Aveva 57 anni e due vite parallele che non si erano mai toccate finché non si toccarono, all’improvviso, come due particelle intrecciate che nessuna distanza aveva mai davvero separato.
Di giorno insegnava meccanica quantistica all’Università Ebraica. Di notte studiava lo Zohar nel piccolo appartamento di Mea Shearim che aveva ereditato da suo nonno, un uomo che portava il nome di Moshe e sapeva leggere il silenzio tra le lettere come altri leggono le parole.
Sulle sue scrivanie ne aveva due, una per ogni vita i testi si ignoravano con la disciplina silenziosa di pianeti in orbite diverse.Poi arrivò il esperimento.
Il suo gruppo di ricerca stava misurando la correlazione tra fotoni entangled separati da quattrocentotrenta chilometri. Era una replica raffinata delle disuguaglianze di Bell, niente di rivoluzionario sulla carta, ma quella notte qualcosa non tornava nei dati.
I fotoni rispondevano troppo velocemente, o meglio Miriam lo capì guardando i grafici con gli occhi brucianti di chi non dorme da trentasei ore non rispondevano per niente.
Non c’era risposta perché non c’era domanda e risposta. C’era una sola cosa, divisa in due corpi, che non aveva mai smesso di essere una cosa sola.
Ein Sof, sussurrò nella stanza vuota del laboratorio. Senza fine. Senza confini. Quella stessa notte aprì lo Zohar alla pagina che aveva segnato con un filo rosso tre anni prima e mai davvero compreso. Bereshit bara Elohim In principio Dio creò.
Ma lo Zohar insegnava che prima di questo principio c’era il Tzimtzum, il Grande Ritiro: la luce infinita di Ein Sof che si contrae, si svuota di sé stessa per fare spazio al mondo. Una contrazione volontaria. Un silenzio che crea.Come il collasso della funzione d’onda.
Miriam rimase immobile per un lungo momento, con il libro tra le mani e la sensazione fisica, quasi dolorosa, che il pavimento sotto di lei fosse trasparente e sotto il pavimento ci fosse un altro universo che la guardava dal basso con gli stessi occhi con cui lei guardava il cielo.
La funzione d’onda aveva spiegato mille volte ai suoi studenti non è una particella incerta. È tutte le possibilità insieme, uno spazio di probabilità che esiste realmente, splendidamente, finché nessuno guarda. L’osservazione la forza a scegliere. La forza a diventare.
Il Tzimtzum non era diverso. Prima della creazione, Ein Sof era tutto ogni possibilità sovrapposta, ogni lettera dell’alfabeto esistente contemporaneamente in un’unica vibrazione infinita.
Poi il ritiro, il collasso, e le lettere caddero nel mondo come particelle che scelgono una posizione. Alef. Beth. Ghimel. Il cosmo come testo precipitato dall’infinito, ogni quark una lettera, ogni galassia una frase, ogni momento un versetto dello Zohar che l’universo scrive su sé stesso.
David Bohm lo sapeva, aveva studiato la sua fisica per anni con rispetto e diffidenza a parti uguali aveva chiamato questa struttura profonda ordine implicato: un liv