C’è un equivoco di fondo nella retorica della cittadinanza digitale: che basti aggiungere un aggettivo per risolvere il collasso concettuale del termine cittadinanza. È lo stesso tipo di illusione che Luciano Floridi smonta da anni parlando di infosfera e società onlife. Non viviamo in un mondo fatto di digitale da un lato e reale dall’altro. Viviamo in un unico ambiente informazionale, ibrido e interconnesso, che ha eroso la distinzione tra offline e online. E allora la domanda non è come digitalizzare la cittadinanza, ma come rifondarla dentro questo nuovo spazio ontologico, dove a governare non sono più solo le istituzioni, ma anche protocolli, algoritmi, codici e piattaforme globali.
La rivista Journal of e-Learning and Knowledge Society, nel numero speciale dedicato alla cittadinanza digitale, non lo dice esplicitamente, ma lo fa capire: la cittadinanza come l’abbiamo intesa finora è un guscio vuoto. Panarari parla di una sfera pubblica ormai “piattaformizzata”, Ferraris sogna un webfare dove i dati tornano ad essere bene comune, Zuckerman ci invita a migrare verso spazi digitali autogestiti per reimparare la democrazia, Pollicino mette in crisi le categorie del diritto con le smart identity. Tutti convergono su un punto: il digitale non è un add-on, ma una mutazione genetica del politico e del sociale. Floridi lo sintetizzerebbe così: siamo immersi nell’infosfera, e continuare a ragionare con le categorie analogiche è come fare geografia medievale con Google Earth.
In questa nuova infosfera la cittadinanza diventa molteplice, liquida, stratificata. Non è più legata esclusivamente al territorio o alla nazionalità, ma alle appartenenze distribuite tra comunità digitali, ecosistemi algoritmici, piattaforme di interazione. Floridi parlerebbe di un nuovo contratto ontologico che obbliga a rinegoziare diritti e doveri non solo fra esseri umani, ma anche con i sistemi informazionali che mediano la nostra vita. La stessa nozione di democrazia, se non la riconfiguriamo in chiave onlife, rischia di diventare pura nostalgia.
Il paradosso è che questa cittadinanza digitale si muove in un terreno minato. Da un lato promette inclusione, accesso, nuove forme di partecipazione; dall’altro apre scenari di esclusione, marginalizzazione e sorveglianza per chi resta indietro o non sa navigare le nuove logiche. L’articolo di Chaka Chaka nel volume è impietoso: per il Sud globale, la colonizzazione dei dati è il nuovo imperialismo. Floridi ci aveva avvertito con il concetto di “colonialismo digitale”: quando le piattaforme estraggono valore informazionale dai nostri comportamenti, non si tratta di sfruttamento astratto, ma di sottrazione di sovranità. Una cittadinanza senza potere di governare i propri dati è una cittadinanza dimezzata.
C’è poi il tema dell’identità. Pollicino e Paolucci lo descrivono bene: con il riconoscimento facciale, con le smart city e le identità digitali, siamo al confine tra mondo degli atomi e mondo dei bit. La nostra identità non è più solo un documento nel portafoglio, ma un insieme di dati biometrici, cronologie di navigazione, tracce algoritmiche. Floridi qui inserirebbe il suo concetto di “infraethics”: non bastano leggi o regole esterne, serve costruire infrastrutture etiche dentro la tecnologia stessa, affinché l’identità digitale sia progettata by design per rispettare la dignità della persona. Perché una volta che la smart identity viene gestita male, non si torna indietro: il diritto all’oblio diventa utopia.
Il contributo di Ferraris sul webfare aggiunge un altro livello di provocazione. Se il welfare novecentesco era basato sulla redistribuzione economica, il webfare del XXI secolo deve fondarsi sulla redistribuzione dei dati. È una proposta radicale, ma inevitabile. I dati sono il nuovo capitale, e fingere che siano solo sottoprodotti della nostra vita online significa lasciare che le piattaforme continuino a colonizzare la nostra cittadinanza. Floridi parlerebbe di infosfera come bene comune: non proprietà privata delle Big Tech, ma ecosistema condiviso, da governare con regole chiare, accountability e responsabilità etica.
Zuckerman nel volume fa un passo ancora più concreto. Basta piangere sulla tossicità dei social, dice, iniziamo a costruire spazi digitali democratici autogestiti, dove i cittadini possano esercitare la loro agency. È una visione che risuona con il concetto floridiano di “political design”: non limitiamoci a reagire, progettiamo architetture informative che favoriscano cooperazione, inclusione e senso civico. Perché se aspettiamo che siano le piattaforme a regalarci democrazia, possiamo metterci comodi: non accadrà mai.
Il rischio più grande è confondere l’educazione alla cittadinanza digitale con un corso accelerato di competenze tecniche. Non basta sapere usare Zoom o firmare un documento elettronico per essere cittadini nell’era onlife. Come spiegano Rivoltella e Pireddu, servono cornici educative che insegnino non solo a navigare, ma a comprendere criticamente i meccanismi del digitale. Floridi insiste che la vera alfabetizzazione non è tecnologica ma filosofica: imparare a leggere l’infosfera, capire come siamo già ibridati con essa, e assumere consapevolmente il ruolo di co-costruttori. La scuola, quindi, non deve formare utenti, ma architetti di cittadinanza.
Il bello e il tragico della cittadinanza digitale è che non c’è un pulsante stop. Non si può scegliere di tornare indietro all’epoca pre-infosfera. La stessa nozione di urbs e civitas si ridisegna: come scrivono Belleri, Baick e Ratti, turisti e lavoratori da remoto diventano cittadini temporanei, abitanti mobili di un ecosistema urbano che è sempre più stack digitale e meno spazio fisico. La città è ormai un’interfaccia, e la cittadinanza una subscription. Qui Floridi avrebbe una risata amara: se non governiamo l’infosfera, ci governerà lei.
E allora la domanda finale, quella che i saggi del volume lasciano in sospeso ma che Floridi obbligherebbe a porsi, è semplice: vogliamo essere cittadini digitali o sudditi algoritmici? La differenza non è semantica, ma politica. Una cittadinanza onlife implica responsabilità, progettazione, rifondazione del patto sociale. Una sudditanza digitale implica rassegnarsi alla logica dei feed personalizzati, alla democrazia a bolle, alla riduzione del cittadino a consumatore-prodotto. Il bivio è qui, e come ogni bivio della storia, non è eterno.