Provocazione Intelletuale Nel frenetico mondo della tecnologia, poche cose sono diventate così amate dai marketer quanto l’AI agentica. Si tratta di un concetto che inizia a invadere le roadmap dei prodotti, le keynote delle conferenze e, naturalmente, le presentazioni dei consulenti che amano far brillare nuovi termini nei loro slide. Il problema? Nonostante sia il concetto più lucente, l’AI agentica è, forse, solo l’ennesima bolla marketing pronta a scoppiare.

Perché l’AI agentica è diventata improvvisamente la nuova promessa? Diciamolo subito: perché l’industria aveva bisogno di un nuovo narcisista da vendere, quando la “prima generazione di IA” iniziava a raffreddarsi. In effetti, finché non c’è un termine che cattura l’immaginazione, non si può realmente vendere una visione. E quindi ecco arrivare l’AI agentica: nuova terminologia, nuovi framework, e un pizzico di complessità per giustificare sessioni strategiche costose e post iperbolici su LinkedIn.

Quindi, qual è il problema che l’AI agentica sta cercando di risolvere? Bene, teoricamente, aiuta a combattere la fatica decisionale, ridurre il “prompt friction” (quella frustrazione nel formulare la richiesta giusta all’AI) e alleggerire il carico di compiti. Ma se andiamo a guardare con occhio critico, c’è qualcosa di più profondo che sta accadendo dietro le quinte. Non è tanto una questione di migliorare l’efficienza, quanto piuttosto quella di alimentare una nuova narrativa per sostenere un mercato che stava perdendo il suo slancio.

L’inganno dietro l’autonomia dell’AI

Quando ci parlano di AI agentica, la vendono come un “esecutore di compiti”, un assistente autonomo che facilita la nostra vita, riducendo il bisogno di interazione diretta. In realtà, per sapere quali compiti svolgere, questo assistente deve essere costantemente a osservare le nostre azioni. La sorveglianza ambientale diventa così una condizione imprescindibile per il suo funzionamento. Non devi più dire “Ehi Siri, ho bisogno di carta igienica.” Sarà l’AI stessa a dedurre, indovinare e agire, proprio perché è sempre in modalità osservazione.

Ovviamente, puoi “spegnere” tutto ciò, ma così facendo lo rendi cieco. E senza i tuoi dati, l’AI agentica non ha modo di operare. Quindi, quello che viene spacciato per “consapevolezza contestuale” non è altro che la continua rinuncia alla privacy, mascherata da convenienza. Se ci riflettiamo, è una forma di sorveglianza continua, travestita da utilità. L’illusione di autonomia viene alimentata da quanto cediamo dei nostri dati e da come questo viene presentato come un beneficio per noi.

La realtà dei casi d’uso

Esistono dei casi in cui l’AI agentica si comporta in maniera utile, ma dobbiamo essere onesti: sono rari e ristretti a domini ben strutturati. Ad esempio, in DevOps, l’AI agentica può riavviare sistemi cloud in modo autonomo; nei call center, può gestire ticket semplici; in finanza, può riconciliare rapporti; nelle ricerche, può estrarre riassunti di conformità. Tutto ciò è davvero utile, ma la domanda da porsi è: stiamo parlando di qualcosa di trasformativo? O si tratta solo di wrapper deterministici su workflow prevedibili?

La verità è che queste applicazioni non sono nuove. Sono semplicemente miglioramenti incrementali, mascherati da innovazione radicale. Possono essere strumenti utili, ma non rappresentano la rivoluzione che ci viene venduta come tale. A questo punto, parlare di “AI agentica” come di una tecnologia che cambierà il mondo è un po’ esagerato.

Perché tutto questo rumore?

La risposta è semplice: perché la confusione vende. L’industria della tecnologia ha bisogno di creare paura, ansia, e desiderio di “innovazione”, così può monetizzare attraverso consulenze e strategie di vendita che si fondano più sull’incertezza che su un reale bisogno. Quei consulenti che stanno spingendo l’AI agentica come la prossima grande rivoluzione sono gli stessi che, senza troppi scrupoli, vendono il panico e la confusione generata dai loro stessi discorsi. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole; è solo un altro ciclo di hype, creato ad hoc per mantenere alta l’attenzione e il fatturato.

La realtà dell’AI agentica potrebbe essere che, tra qualche anno, questa tecnologia avrà un impatto positivo. Ma, per ora, dobbiamo fermarci e chiederci se stiamo seguendo l’ennesima moda dettata da un settore in cerca di redenzione. Nella società odierna, dominata dall’Hype-as-a-Service (HaaS), l’unico vantaggio competitivo che abbiamo è la capacità di discernere la realtà dal marketing e di fare scelte strategiche con maggiore chiarezza.

Non lasciamoci ingannare da un’altra bolla promossa dai soliti noti, pronti a lucrare sul nostro desiderio di avanzare tecnicamente senza un reale cambiamento sostanziale.