Quest’uomo e la White House non finirà mai di stupirci.

Siamo passati dal “Yes We Can” al “Sì, ma con una spada laser rossa”. Il 4 maggio quello che per milioni di fan è Star Wars Day il profilo ufficiale della Casa Bianca ha celebrato la ricorrenza pubblicando un’immagine evidentemente generata da intelligenza artificiale: Donald Trump, in versione erculea e ipervascolarizzata, impugna una spada laser e viene affiancato da due aquile calve, simboli di un patriottismo iperbolico, con lo sfondo di una galassia vagamente distopica. Una scena a metà tra Marvel e propaganda nordcoreana.

Fin qui potremmo sorridere. Ma a fare rumore non è stato tanto il meme in sé che ha comunque il sapore acido di un deepfake istituzionalizzato quanto il dettaglio della spada laser rossa. Come ogni appassionato sa, il rosso è il colore dell’Impero, dei Sith, dei cattivi con la “C” maiuscola: Darth Vader, Darth Maul, Kylo Ren. Il rosso non è mai stato il colore degli eroi, né in “Star Wars” né nella narrazione politica americana, se non per il fatto che è associato al Partito Repubblicano. Ma anche lì, è un’associazione cromatica, non morale.

L’ironia è spessa come una lastra di carbonite: il post — corredato da un messaggio in stile Trumpiano che attacca “i Radical Left Lunatics” come se fossero emissari del Lato Oscuro finisce per assegnare al proprio presunto eroe una simbologia da villain. O è un errore grossolano di chi ha usato l’AI senza supervisione narrativa, o è l’ennesimo caso di weaponized ambiguity: quella strategia comunicativa per cui ogni provocazione è al tempo stesso seria e satirica, politica e pop, meme e messaggio.

Il dibattito online non si è fatto attendere. C’è chi ha difeso la scelta cromatica sostenendo che il rosso rappresenti i Repubblicani, quindi Trump. Altri giurano che la spada fosse in realtà arancione — come se un codice Pantone potesse riscrivere il mito di Skywalker. Poi c’è chi invoca l’intervento del Consiglio Jedi per sanare la narrativa. Ma dietro il folklore nerd si nasconde qualcosa di più serio: la trasformazione del linguaggio istituzionale in linguaggio da meme war.

Il Dipartimento della Difesa ha rincarato la dose con un’altra immagine generata da AI: stavolta Trump brandisce una spada verde (il colore di Yoda e Luke), mentre il Segretario alla Difesa Pete Hegseth sfoggia una spada blu (Obi-Wan, Anakin pre-fall). Una correzione di rotta cromatica? O una gag interna fra i team digitali della comunicazione federale? Difficile dirlo. L’unica cosa certa è che la narrazione si frammenta e si moltiplica, come in un multiverso di meme politici dove ogni versione è (parzialmente) vera.

Ma il paradosso finale arriva con il secondo episodio della saga. Tre giorni prima, la Casa Bianca aveva condiviso — sempre via AI — un’immagine in cui Trump appare vestito da Papa. Un tributo all’ego? Una parodia involontaria? Un gesto di trolling da parte di qualche staffer frustrato dal ciclo mediatico? L’unica cosa chiara è che Trump aveva recentemente dichiarato di voler diventare Papa “dopo la morte di Francesco”, che peraltro è vivo. Quindi sì, oltre che distopico, il tutto è pure surreale.

Siamo oltre l’ironia. La comunicazione politica americana, da sempre attenta a ogni dettaglio, ora si consegna all’imprevedibilità dell’algoritmo. Se prima c’erano ghostwriter e spin doctor, oggi ci sono prompt AI e generatori d’immagini che obbediscono a comandi poco raffinati e ancora meno meditati. Il rischio non è solo la deriva estetica, ma la legittimazione della politica meme come forma primaria di engagement.

Quando la narrazione si affida a strumenti che mescolano realtà e finzione senza freni, non è solo il messaggio a diventare ambiguo — è la percezione del potere stesso. Oggi Trump può essere un Jedi, un Sith, un Papa o un gladiatore. Domani, chiunque potrà esserlo. Basta un clic, un prompt ben congegnato e qualche filtro. In questa nuova galassia, la verità è solo un asset negoziabile.

Il resto è rumore da algoritmo.