Non c’è metafora migliore di un unicorno con un teschio sorridente per raccontare lo stato d’animo dell’attuale venture capital alle prese con l’intelligenza artificiale. Ironico, surreale, quasi beffardo. Perché oggi i VC (venture capitalist, non Viet Cong), dopo aver gettato benzina sul fuoco dell’hype AI, si ritrovano a contemplare le fiamme che potrebbero consumare proprio il loro stesso modello di business. Non per una questione etica, né per scrupolo umano. Solo per pura sopravvivenza.

Marc Andreessen sempre lui, l’oracolo di Silicon Valley con lo sguardo tagliente di chi ha letto troppo Ayn Rand (fondatrice della corrente filosofica dell’oggettivismo) ha detto in un podcast che il venture capital potrebbe essere “una delle ultime professioni rimaste” non completamente disintermediate dall’AI. Una frase talmente autoreferenziale da sembrare scritta da ChatGPT in modalità “difendi il tuo creatore”, ma che racchiude una verità cinica e tecnologicamente inevitabile.

Il venture capital è, o era, un mestiere diviso in due: scegliere e gestire. Lo “scouting” dei deal e il babysitting post-investimento dei founder stressati, paranoici e borderline. La prima parte è già sotto attacco: l’analisi del rischio, la due diligence, il pattern matching e perfino la stesura delle term sheet sono ormai processi automatizzabili, e in alcuni casi già automatizzati. Andreessen e Horowitz, per quanto dichiarino che la vera differenza sta nel “chi” fa la scelta grazie a reti relazionali e reputazione non riescono a nascondere che la macchina stia imparando anche quella parte.

E la gestione? L’umanità, dicono, è ancora centrale. Il VC che fa da coach, psicologo, mediatore, risolutore. Ma anche qui il terreno trema. Se AI come quella che Zuckerberg ha annunciato, in grado di offrire “amicizie sintetiche”, possono colmare il vuoto sociale e relazionale, davvero pensiamo che un founder del 2030 avrà bisogno di un ex analista di banca con il Patagonia fleece per sentirsi compreso? Oppure si rivolgerà a un sistema AI addestrato su miliardi di conversazioni da startup therapy, con empatia sintetica e KPI-ready?

Il paradosso è che i VC finanziano il loro stesso boia. Investono in AI che, nella migliore delle ipotesi, rimpiazza la loro pipeline di analisti junior; nella peggiore, rende superflua l’intera intermediazione umana nella creazione di valore. Un LP con accesso diretto a un modello AI che screma, valuta, interagisce e monitora startup in tempo reale, perché mai dovrebbe continuare a pagare il 2% di fee annuale e il 20% di carried interest?

Ecco il punto nevralgico. Se l’intelligenza artificiale mantiene le promesse, diventa non solo più brava a scegliere ma anche più abile nel gestire. Se invece fallisce, non è certo il venture capital a uscirne vincente, ma solo un settore che ha investito male. In ogni caso, il VC è incastrato in un gioco dove l’unico esito è perdere potere, centralità e margine.

Il problema non è solo filosofico o operativo, è generazionale. Il modello del “learning by doing”, lo storico apprendistato del venture, sta evaporando. Meno analisti, meno associate, meno partner in formazione. L’intelligenza artificiale è anche una macchina del tempo che accorcia le carriere e brucia le transizioni. Quando i vecchi leoni lasceranno la scena, chi prenderà il loro posto? Un GPT-7 con deep network nel mondo crypto?

La verità è che i venture capitalist sono tra i pochissimi ad avere il dito sul grilletto della rivoluzione AI e contemporaneamente la fronte nel mirino. Se il futuro è davvero guidato dagli agenti intelligenti, questi non chiederanno permesso agli ex bancari della Bay Area per muovere capitali. Lo faranno tra loro, più velocemente, con meno bias cognitivi, senza ritardi umani, e forse con risultati migliori.

Andreessen ci spera ancora, come un generale che prega che la guerra duri abbastanza per rimanere rilevante. Ma la macchina è già in moto. E non ha bisogno di pitch deck.