La parola “Make in Italy” suona bene. È catchy, accattivante, quasi innocente. Ma nel contesto della legge delega in discussione alla Camera, che vorrebbe normare (anzi no, “attrarre investimenti stranieri” mascherati da data center), si trasforma in un cavallo di Troia retorico. Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, in una recente intervista a Key4biz non ci gira intorno: è come essere tornati negli anni Cinquanta, quando bastava un progetto edilizio per muovere capitali, solo che oggi i protagonisti non sono i palazzinari romani, ma quelli tecnologici, assetati di suolo, energia e semplificazioni normative. Il nuovo mattone digitale si chiama “hyperscale data center”. E la politica sembra aver già consegnato le chiavi.
La legge in questione non ha lo scopo di normare i data center, come ingenuamente si potrebbe pensare. Non si parla di standard tecnici, di sicurezza cibernetica, di interoperabilità o di resilienza nazionale. No. L’obiettivo è uno solo: favorire gli investimenti stranieri, cioè aprire il Paese al saccheggio sistemico delle sue risorse territoriali ed energetiche in nome di un futuro digitale che, paradossalmente, esclude proprio chi quel futuro lo costruisce da decenni. L’Italia tecnologica che esiste davvero, fatta di imprenditori come Baldassarra, viene ignorata. Snobbata. Invisibile ai radar del decisore politico.
Per essere ancora più chiari: si tratta di una discriminazione sistemica. Il tessuto digitale italiano viene marginalizzato per far posto a operatori globali che non hanno alcuna intenzione di restare, investire o pagare le tasse. Sono interessati al nostro territorio, alla nostra energia, ai nostri incentivi. Ma non al nostro futuro. In cambio, promettono “posti di lavoro”, che nella migliore delle ipotesi saranno poche centinaia per infrastrutture che consumeranno energia come intere città. Un patto leonino dove l’Italia fornisce terra, megawatt e agevolazioni, mentre i colossi digitali prendono tutto e non lasciano nulla, se non qualche inaugurazione patinata e molto storytelling.
L’elemento più grottesco? Questo presunto disegno strategico sul digitale non distingue nemmeno tra un data center a uso interno di una banca e un’infrastruttura critica che serve centinaia di aziende italiane. Tutto è omologato sotto l’ombrello dell’hype: più data center, più digitale, più futuro. Peccato che il futuro non si costruisca ignorando chi già lavora da decenni nel settore, creando infrastrutture realmente resilienti, sostenibili e integrate con il territorio. I player italiani, piccoli o medi, che hanno costruito le fondamenta del cloud nazionale, vengono bypassati in favore del nuovo che avanza, a suon di gigawatt e lobbying.
Inutile nascondersi dietro la scusa dell’attrattività per gli investitori. Il tessuto imprenditoriale nazionale non solo esiste, ma ha già investito in tecnologia, in reti, in sostenibilità. Eppure viene sistematicamente escluso da un procurement pubblico che privilegia i soliti noti. Il cloud sovrano? Solo sulla carta. Nella realtà, è più simile a un colonialismo tecnologico di ritorno, dove l’Italia si svende come territorio di conquista digitale, ignorando i principi contenuti nelle stesse direttive europee che dicono, nero su bianco, di tutelare le PMI e il pluralismo dell’offerta.
Le distorsioni del testo in discussione sono macroscopiche. Si parla di un accesso privilegiato alle fonti di energia rinnovabile riservato ai nuovi entranti, escludendo di fatto chi è già sul mercato. Questo non è sviluppo, è esclusione programmata. È la creazione di un’“aristocrazia energetica” per pochi soggetti che non hanno costruito nulla in Italia ma che potranno godere di vantaggi strutturali. Un déjà-vu normativo che rievoca il famigerato “Salva Milano”, con deroghe urbanistiche mirate che tanto hanno favorito pochi, danneggiando molti. Le deroghe, dice Baldassarra, “fanno rima con discriminazione”. Come dargli torto?
Il paradosso è che, mentre si fa retorica sul Made in Italy, sulla sovranità digitale e sulla transizione ecologica, si disegna una legge che produce l’effetto opposto: accentramento, dipendenza da soggetti esteri, consumo sfrenato di risorse locali senza ritorni evidenti per la collettività. Non è difficile immaginare come finirà: tra vent’anni ci ritroveremo con data center dismessi, blackout strutturali e un ecosistema digitale desertificato. Come le fabbriche delocalizzate degli anni Novanta, ma questa volta non potremo nemmeno riconvertirle.
La vera questione è culturale. L’Italia non ha mai creduto veramente nella propria impresa tecnologica. Non ci sono Apple, Amazon o Google nate in provincia non perché manchino le idee, ma perché manca il coraggio di sostenerle. Le startup italiane non crescono, non scalano, non sopravvivono al primo procurement pubblico. Perché? Perché la politica continua a considerare il digitale come un tema da convegno, non come leva strategica per la sovranità nazionale. Baldassarra lo dice chiaramente: “Siamo i primi della classe nell’ignorare le nostre imprese”.
Se c’è qualcosa di irritante in tutta questa vicenda è l’ipocrisia. La narrazione ufficiale parla di futuro digitale, di ecosistema innovativo, di inclusione. La realtà è fatta di norme costruite ad hoc per attrarre capitali speculativi, senza alcun riguardo per chi il futuro digitale lo ha già progettato, implementato e mantenuto vivo. Le imprese che oggi forniscono infrastrutture cloud al Paese, che garantiscono sovranità dei dati e continuità operativa, sono trattate come residui del passato. Il messaggio è chiaro: meglio un colosso con i soldi che un’impresa locale con trent’anni di esperienza.
Questa legge, se approvata nella sua forma attuale, rappresenterebbe una resa. Un’ammissione che l’Italia non vuole costruire un futuro digitale proprio, ma solo affittare il proprio territorio a chi promette investimenti e lascia deserti. È il classico caso di politiche miopi che scambiano infrastrutture per sviluppo, gigawatt per progresso, capannoni digitali per innovazione. Ma i data center non sono tutti uguali. E un’infrastruttura che serve solo se stessa non è un’infrastruttura al servizio del Paese. È una scatola chiusa, un monolite che consuma e non restituisce nulla.
Siamo dunque al punto zero: mentre il mondo discute di edge computing, data center modulari, sostenibilità energetica reale, interoperabilità e cloud nativamente europeo, l’Italia si prepara a cedere le proprie leve strategiche a chi promette occupazione minima in cambio di privilegi strutturali. Senza nemmeno fare domande.
Il vaso di Pandora è stato scoperchiato. E non sarà un’insegna luminosa con scritto “Made in Italy” a nascondere il tanfo di un digitale che odora già di vecchio.