
Tesla, il colosso di Elon Musk che da anni tenta di scuotere il mondo dell’auto con innovazioni rivoluzionarie, si trova ora a un bivio epocale nel campo dell’intelligenza artificiale. Dopo un tentativo titanico di sviluppare un supercomputer proprietario, Dojo, l’azienda ha deciso di smantellare il team dedicato, segnando un chiaro dietrofront sulla sua strategia di produzione interna di chip per la guida autonoma. Un dietrofront che è tutt’altro che un semplice aggiustamento tattico: rappresenta la collisione tra l’utopia dell’autosufficienza tecnologica e i limiti pratici del business e della competizione globale.
La mossa non è solo il risultato di un cambio di rotta, ma anche l’inevitabile conseguenza di una fuga di talenti che ha portato alla nascita di DensityAI, startup fondata da ex ingegneri di Dojo, capitanata da Ganesh Venkataramanan e altri protagonisti chiave. Questa nuova realtà si propone di occupare proprio lo spazio che Tesla ha abbandonato, puntando su chip, hardware e software per data center AI destinati a robotica e applicazioni automobilistiche. L’ironia di questo passaggio è evidente: mentre Tesla gridava al mondo la supremazia del proprio supercomputer, i suoi cervelli più brillanti si sono fatti da parte per creare un concorrente tecnologico. In gergo da CEO, si tratta di una fuga di cervelli che vale più di mille presentazioni all’AI Day.
Questa decisione arriva in un momento critico per Tesla, che sotto la guida di Musk sta cercando di rifondare la propria immagine da semplice produttore di veicoli elettrici a una delle più potenti realtà di AI e robotica. Le aspettative di un robotaxi totalmente autonomo, annunciato a gran voce e presentato con entusiasmo discutibile a Austin, si sono scontrate con una realtà meno brillante fatta di incidenti e ritardi. Il supercomputer Dojo era stato presentato come il cuore pulsante di questa rivoluzione, capace di “processare quantità enormi di dati video”, ma ora è chiaro che quella promessa non si tradurrà in un successo immediato.
Morgan Stanley nel 2023 stimava che Dojo avrebbe potuto aggiungere qualcosa come 500 miliardi di dollari al valore di mercato di Tesla, attraverso nuovi flussi di ricavi legati a robotaxi e servizi software. Musk, da parte sua, non si era fatto scrupoli a rilanciare pubblicamente l’importanza di Dojo, ma dal 2024 la narrativa è cambiata radicalmente, con l’arrivo di Cortex, il “nuovo supercluster AI” sviluppato ad Austin che sembra destinato a prendere il posto del vecchio progetto. Cortex promette soluzioni più concrete, realistiche, meno sognanti e più ancorate al pragmatismo industriale.
Il progetto Dojo univa due componenti: un supercomputer e una linea di chip progettati in casa, tra cui il famoso D1 e un futuro D2 che avrebbe risolto i colli di bottiglia del primo. Ma l’abbandono della produzione interna significa ora una crescente dipendenza da giganti esterni come Nvidia, AMD e Samsung, con cui Tesla ha stretto un accordo da 16,5 miliardi per produrre chip AI6, destinati a un’ampia gamma di applicazioni, dai sistemi di guida autonoma agli aspiranti robot umanoidi Optimus. Passare dal sogno di “fabbricare tutto in casa” a contare su partner esterni è un’ammissione implicita che, forse, il superamento della complessità tecnologica richiede alleanze strategiche più che solitarie imprese titaniche.
Musk stesso ha accennato a questa possibile convergenza tra Dojo 3 e AI6, suggerendo che una standardizzazione dei chip potrebbe essere la strada più intelligente, evitando ridondanze costose. Il che, per un visionario come lui, suona quasi come un’ammissione di sconfitta tattica: la necessità di semplificare, razionalizzare, mollare un po’ la presa per non rischiare un collasso completo.
La notizia arriva proprio mentre Tesla cerca di blindare la propria leadership affidando a Musk un pacchetto di incentivi da 29 miliardi, nel tentativo di tenerlo focalizzato sul core business AI e robotica, evitando distrazioni con altre sue avventure come la startup pure-play xAI. Il paradosso è che la stessa persona che ha lanciato la sfida epica di Dojo ora deve sedare la propria sete di innovazione e puntare su risultati più immediati e meno spettacolari.
Nel contesto del mercato AI globale, Tesla si ritrova quindi a giocare una partita più “terrena” di quanto avesse immaginato, lasciando il ruolo di protagonista indiscusso dei supercomputer e dei chip AI a nomi più solidi e meno impulsivi. La lezione subliminale è chiara: la tecnologia, per quanto innovativa, non si impone solo con la visione, ma con la capacità di trasformarla in esecuzione rigorosa, continua e collaborativa. Tesla, come al solito, ha scelto la via più spettacolare, ma ora sembra destinata a una fase più pragmatica, che mette in discussione non solo il futuro del Dojo, ma l’intera strategia AI del gruppo.
In fondo, chiunque abbia lavorato nell’high tech sa che la vera potenza sta nella capacità di tenere insieme una squadra, non solo nel promettere rivoluzioni. Tesla ha fatto il primo passo, ma ora dovrà dimostrare se sa correre la maratona o se è solo un fuoco di paglia. E mentre Musk continua a giocare con i supercomputer e i chip, la realtà dei mercati e degli ingegneri dice un’altra cosa: la battaglia per l’intelligenza artificiale non si vince da soli, soprattutto quando il terreno è così infido e affollato.
Chi avrà la meglio? Forse non Tesla, almeno per ora.