OpenAI che pensa di trasformarsi da creatore di ChatGPT a colosso delle infrastrutture fisiche per l’intelligenza artificiale suona quasi come il remake di una vecchia storia della Silicon Valley. È la stessa narrativa che ha permesso ad Amazon di scoprire che affittare i propri server inattivi sarebbe stato più redditizio che vendere libri. Ora il CFO Sarah Friar lascia intendere che, una volta saziata la fame di chip e capacità computazionale necessaria per alimentare i modelli interni, il passo successivo sarà monetizzare quel know-how. Non è un piano per domani mattina, ma è un inevitabile preludio a un’era in cui OpenAI non sarà più soltanto il produttore di software conversazionale, ma un fornitore di cemento digitale, rack di GPU e megawatt.
Il parallelismo con AWS non è casuale. All’epoca, Jeff Bezos aveva visto un asset dormiente che poteva diventare un impero. Oggi OpenAI guarda i data centre non più come un costo insostenibile ma come un business in potenza. “Se compriamo solo da altri, stiamo regalando la nostra proprietà intellettuale” ha detto Friar. Tradotto: l’outsourcing è una forma di suicidio strategico in un mercato in cui l’infrastruttura è il vero vantaggio competitivo. Perché non vendere invece il proprio modello di costruzione, ottimizzazione e gestione dell’infrastruttura AI, così da trasformare il problema dei costi in una fonte di cassa?
Sam Altman ci mette del suo con la consueta iperbole. Ha dichiarato che il mondo dovrebbe “aspettarsi che OpenAI spenda trilioni di dollari” nella costruzione di data centre. Trillions, non billions. Una cifra che non ha precedenti nell’industria tecnologica e che, di fatto, equivarrebbe a trattare la costruzione di infrastrutture digitali come un progetto di urbanizzazione globale. E non è fantascienza: l’alleanza con SoftBank e Oracle per Stargate è solo l’inizio, un assaggio di quella geopolitica della computazione che trasforma i data centre in nuove raffinerie del XXI secolo.
Per finanziare l’ambizione serve inventiva finanziaria. OpenAI non è ancora profittevole, ma il ritmo di crescita dei ricavi racconta una storia diversa. Con un miliardo di dollari di revenue in un solo mese, la società sta provando che la fame di AI non è effimera. Gli investitori, dal private equity alle banche d’investimento, fiutano il sangue e si avvicinano con pacchetti di debito. Friar parla di “nuovi strumenti finanziari” che suonano come un mix di ingegneria di Wall Street e scommessa high-tech. Non più solo venture capital, ma debito, derivati e forse persino titoli strutturati legati al costo computazionale. Ironico che la tecnologia che prometteva di disintermediare tutto stia ora chiedendo alle banche il privilegio di diventare suo partner indispensabile.
Il tutto si inserisce in un contesto di valutazioni stratosferiche. Da 300 miliardi a 500 miliardi di capitalizzazione potenziale, mentre i dipendenti attuali ed ex dipendenti vedono aprirsi il banchetto del secondario. È la dimostrazione che OpenAI non è solo un laboratorio di ricerca ma un asset finanziario globale, capace di attrarre capitali a un ritmo mai visto. Che sia SoftBank con i suoi fondi da decine di miliardi o un sindacato di investitori disposti a staccare assegni da dieci miliardi a colpo, la fame di esposizione al mercato AI sembra insaziabile.
Dietro la patina di crescita, però, resta un paradosso. L’azienda che ha reso popolare ChatGPT brucia ancora capitale, con margini inesistenti. La promessa è che il costo insostenibile dei chip diventerà il carburante di un nuovo business. Se funzionerà, OpenAI potrà reinventarsi in AWS versione AI, trasformando la dipendenza da Nvidia e dai data centre in un modello replicabile e vendibile. Se fallirà, sarà ricordata come la società che ha cercato di costruire il futuro a colpi di trilioni, scoprendo troppo tardi che neanche la migliore intelligenza artificiale può stampare denaro dal nulla.