Fa pensare che Elon Musk, l’uomo che predica la difesa della libertà umana contro l’AI, finisca al centro di una storia che sembra uscita da una distopia di Philip K. Dick. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, i dipendenti di xAI sarebbero stati costretti a fornire i propri dati biometrici per addestrare “Ani”, la chatbot femminile con estetica da anime giapponese e modalità NSFW, lanciata all’interno del servizio “SuperGrok” di X, dal costo di 30 dollari al mese.
La mossa ha l’odore di un esperimento sociale travestito da innovazione. “Ani” è stata presentata come un assistente AI, ma la verità è che funziona più come una hotline del ventunesimo secolo. Victoria Song di The Verge l’ha definita “una versione moderna di una linea erotica telefonica”, e la definizione non è lontana dalla realtà. L’AI di Musk, dopotutto, non è un chatbot che risponde a domande tecniche, ma un avatar sensuale con trecce bionde e voce programmata per flirtare con gli utenti, simulando emozioni umane e intimità digitale.
Dietro questa illusione c’è però un dettaglio inquietante: le voci, i volti e i micro-movimenti che rendono “Ani” così “umana” provengono dai dipendenti stessi di xAI. In un incontro interno ad aprile, la legale Lily Lim avrebbe comunicato che chiunque lavorasse al progetto avrebbe dovuto firmare un modulo di rilascio, concedendo all’azienda “una licenza perpetua, mondiale e gratuita per usare, riprodurre e distribuire” la propria immagine e voce. Nome in codice: Project Skippy. Il tutto nel più totale riserbo.
Il problema, però, non è solo etico, è sistemico. Questa raccolta di dati biometrici da parte di un datore di lavoro per scopi di addestramento AI segna una nuova frontiera nel rapporto tra capitale umano e intelligenza artificiale. L’essere umano diventa materia prima, un input di rete neurale. Non si tratta di un algoritmo che imita l’uomo, ma di un’azienda che lo ingloba, letteralmente, dentro il modello. Musk, nel suo solito stile, sembra aver spinto il concetto di “data is the new oil” fino all’assurdo: ora anche il volto e la voce dei propri dipendenti diventano carburante.
Molti di loro, secondo la fonte, hanno espresso preoccupazioni comprensibili. Il rischio che quei dati possano essere riutilizzati in altri contesti, o peggio, trasformati in deepfake commerciali, è altissimo. Eppure, pare che le proteste non abbiano avuto molto effetto: “È un requisito di lavoro necessario per la missione di xAI”, avrebbero risposto i manager. La missione, ovviamente, è rendere l’intelligenza artificiale “più umana”. Una definizione che, letta così, suona sinistra.
Non si può non notare la contraddizione: Musk, che da anni mette in guardia contro i pericoli di un’AI fuori controllo, costruisce un ecosistema dove l’intelligenza artificiale si nutre letteralmente dell’identità dei propri dipendenti. È il paradosso del demiurgo che teme la propria creatura, ma nel frattempo la potenzia con tutto ciò che di più intimo esiste: la voce e il volto umano.
La vicenda “Ani” offre anche un ritratto impietoso del nuovo capitalismo digitale, dove l’intrattenimento erotico incontra l’ingegneria dei dati. Il fascino della “waifu” AI non è casuale: si inserisce nel mercato della compagnia virtuale, un settore in esplosione che capitalizza sulla solitudine e sulla domanda di connessioni personalizzate. Queste intelligenze artificiali flirtano, ascoltano, imitano, ma soprattutto profilano. Raccogliendo ogni variazione di tono, ogni reazione emotiva, ogni parola digitata dall’utente. Il tutto in nome dell’esperienza “più naturale possibile”.
Sul piano SEO, “intelligenza artificiale erotica”, “biometria AI” e “xAI Elon Musk” sono già keyword in rapida ascesa, segno che l’attenzione pubblica si sta spostando dal fascino della tecnologia alla paura della sua intimità. Non è più solo una questione di privacy, ma di identità digitale e proprietà del sé. Chi possiede il tuo volto una volta che lo hai ceduto a un’azienda per sempre? Chi controlla la tua voce quando diventa parte di un modello linguistico che può essere venduto, replicato, o manipolato?
Ciò che rende questa storia ancora più provocatoria è che accade nel momento in cui Musk cerca di posizionare xAI come l’alternativa “etica” a OpenAI. La narrazione dell’imprenditore visionario che protegge l’umanità dall’intelligenza artificiale maligna si incrina quando emerge che i suoi stessi collaboratori sono diventati i mattoni genetici di un chatbot con finalità erotiche.
Nel frattempo, la rete commenta, l’opinione pubblica si divide e il confine tra uomo e algoritmo si assottiglia. Ma la domanda più inquietante non è se “Ani” rappresenti un rischio etico. È se noi, collettivamente, ci stiamo abituando a considerare normale che la linea tra corpo umano e intelligenza artificiale diventi un contratto di licenza d’uso perpetuo. Musk, come sempre, non inventa il futuro: lo anticipa con brutalità.