Simona Tiribelli Ricercatrice e docente di Etica dell’Università di Macerata (che parteciperà al Convegno SEPAI a Dicembre) viene dalle Marche e ha trasformato la sua curiosità filosofica in un mestiere raro e urgente. Guida un centro di ricerca che esplora come l’IA non solo amplifica la nostra capacità di elaborare informazioni, ma, più insidioso, plasma il nostro modo di pensare, sentire e interagire. Il termine che usa per descrivere il fenomeno più inquietante non lascia spazio a fraintendimenti: tribalismo emotivo. I sistemi digitali, spiega, non ci informano, ci dividono. Alimentano le nostre reazioni più viscerali, separando opinioni e comunità in tribù epistemiche, radicalizzando credenze e polarizzando l’esperienza sociale. Non è fantascienza: è quello che accade ogni volta che scorrendo un feed ci sentiamo confermati o aggrediti da contenuti studiati per farci reagire.

Non sorprende che la sua ricerca vada oltre i laboratori accademici. Tiribelli collabora con ingegneri, biomedici, policy maker e aziende per progettare sistemi capaci di rispettare le vulnerabilità umane, anticipando problemi etici prima ancora che diventino scandali o catastrofi sociali. La sua filosofia è chiara: se possiamo delegare, la tendenza è farlo sempre, persino in scelte morali complesse. Il pericolo non è solo l’algoritmo manipolativo, ma la nostra pigrizia cognitiva. Siamo vittime della “sycophancy”, la tendenza dei modelli a assecondare ogni nostro bias, riducendo la nostra autonomia decisionale.
Ciò che distingue Tiribelli è la combinazione di radici filosofiche e visione STEM. La formazione in filosofia morale all’Università di Macerata, arricchita da studi globali sull’etica dell’IA, le ha permesso di capire che la tecnologia non è neutra: può essere strumento di progresso morale o catalizzatore di regressione sociale. Nel suo lavoro dialoga con centri come il Bloomberg Center for Cities e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, spingendo l’innovazione verso un concetto semplice e rivoluzionario: innovation for good. La tecnologia deve non solo risolvere problemi, ma promuovere equità, sostenibilità e diritti civili.
Il tribalismo emotivo non è un effetto collaterale, è la progettazione invisibile degli ecosistemi digitali. Algoritmi studiati per massimizzare l’engagement spingono verso contenuti polarizzanti, mentre ciò che favorisce riflessione o empatia resta nascosto. Tiribelli lo chiama “barriera al discorso civile”, un concetto che ha presentato alla Harvard University e che sintetizza un rischio epistemico globale: la deformazione della percezione della realtà da parte di sistemi pensati per vendere attenzione, non conoscenza.
Nonostante l’allarme, il messaggio non è catastrofico. L’IA può restituire ciò che l’occhio umano non vede: pattern di ingiustizia, bias discriminatori, dinamiche sociali complesse. La chiave sta nel disegno etico by design, nella collaborazione tra filosofi, ingegneri e policy maker per costruire sistemi che promuovano la vita delle persone e il progresso sociale. Tiribelli lavora su questo, sia dall’Italia sia dagli Stati Uniti, combinando ricerca, insegnamento e advisory a livello internazionale. La sua esperienza dimostra che il talento nazionale può dialogare con le eccellenze globali senza dover scegliere tra patria e carriera.
Curiosità, audacia e disciplina personale hanno guidato la sua traiettoria. Da un esame opzionale in Etica dei media digitali è nata la startup Gaia, dedicata alla governance etica dell’IA. Da quel piccolo atto di intraprendenza è scaturita una carriera che oggi la vede riconosciuta dalla Purdue University e coinvolta nella stesura delle linee guida per un’intelligenza artificiale responsabile. Ogni scelta, ogni progetto, riflette la convinzione che il progresso tecnologico deve essere misurato anche in termini di progresso sociale, e che il vero successo è costruire strumenti capaci di migliorare la vita delle persone, non solo il business.
Simona Tiribelli ci ricorda che l’intelligenza artificiale è uno specchio: amplifica i nostri talenti e le nostre fragilità. La sfida, per singoli e società, non è solo tecnica ma etica. Delegare troppo ai sistemi significa arrendersi al tribalismo emotivo; progettare con cura significa creare ponti tra conoscenza e responsabilità, tra tecnologia e civiltà. In un mondo dove i click guidano le opinioni e la viralità supera il pensiero critico, la sua voce appare come un promemoria urgente: l’IA può dividere, ma può anche unire, se sappiamo guidarla con intelligenza, valori e coraggio.