Quando il conto mensile di internet supera il reddito mensile, l’intelligenza artificiale non sta arrivando per salvarti. Sta arrivando per escluderti. È una frase che dovrebbe stare stampata sopra ogni conferenza su “AI for good”, ma nessuno la pronuncia. L’ho letta in un’inchiesta che mostrava un mondo dove la connessione è privilegio, non diritto, e dove la prossima rivoluzione industriale rischia di consolidare una vecchia gerarchia con nuovi cavi in fibra.

In Sudafrica, una donna di nome Sol Luca de Tena dirige Zenzeleni Networks, un’infrastruttura di rete comunitaria che offre internet a un costo 20 o 40 volte inferiore rispetto ai colossi delle telecomunicazioni. Durante la pandemia, quando i lavoratori sono tornati nei villaggi e l’uso della rete è triplicato, non ha aumentato i prezzi. Non ha limitato la velocità. Ha reso gratuiti i siti di salute e istruzione. Un gesto semplice, ma sovversivo nel suo significato economico. Perché ha mostrato che l’inclusione digitale non è una questione di tecnologia, ma di volontà politica e di modello di governance.

Nel frattempo, le grandi aziende che dominano l’ecosistema digitale hanno costruito un impero invisibile sotto l’oceano. Google, Meta, Microsoft e Amazon controllano ormai il 50% della capacità dei cavi sottomarini globali. Nel 2010 possedevano un solo cavo. Oggi più di trenta. Si parla di infrastruttura “neutra”, ma la neutralità si dissolve quando i cavi non collegano più persone, bensì data center a data center. La rete che un tempo era pensata per connettere esseri umani è diventata un sistema nervoso per algoritmi che si parlano tra loro mentre miliardi di persone restano in silenzio, fuori dalla conversazione.

Sono 2,6 miliardi gli esseri umani completamente offline. Non per scelta, ma per costo. In Africa subsahariana, la banda larga assorbe in media il 33% del reddito mensile. Per i più poveri, uno smartphone di base equivale a uno stipendio intero. ChatGPT Plus, con i suoi 20 dollari al mese, rappresenta diversi giorni di lavoro in molte regioni del Sud globale. È un’asimmetria così enorme che riduce la retorica dell’“AI democratizzata” a uno slogan da conferenza.

Ma tra i numeri ci sono le eccezioni. George Boateng, 29 anni, ghanese, inserito nella lista Forbes 30 Under 30, ha creato SuaCode, una piattaforma per insegnare programmazione via smartphone. Il suo assistente AI funziona offline perché la connessione è un lusso. Claire Mongeau e Julie Otieno hanno fondato M-Shule, un sistema di apprendimento basato su SMS che utilizza l’intelligenza artificiale per adattare le lezioni. Nessuna app, nessuno smartphone. Hanno raggiunto più di tredicimila studenti in Africa orientale. Non sono startup che “innovano”. Sono ribelli che costruiscono scorciatoie intorno a un’infrastruttura disegnata per escludere.

Questa storia non è nuova. È solo digitale. Centocinquant’anni di modelli di sviluppo rivelano lo stesso schema. Le ferrovie coloniali erano costruite per estrarre risorse, non per collegare persone. Le mappe del redlining della Grande Depressione negli Stati Uniti ancora oggi predicono dove manca la banda larga. Le riserve indigene escluse dall’elettrificazione negli anni Trenta restano oggi aree con copertura minima. Cambiano i cavi, non il paradigma. L’AI rischia di replicare lo stesso meccanismo, creando una nuova segregazione algoritmica che non si basa sul colore della pelle, ma sulla larghezza di banda.

Le decisioni che i governi e le aziende prenderanno tra il 2025 e il 2027 determineranno i prossimi trent’anni. Chi possiederà l’infrastruttura AI determinerà chi potrà competere, innovare, o semplicemente essere ascoltato. Chi resta senza connessione non solo perde accesso ai modelli di linguaggio o ai mercati digitali, ma diventa invisibile alle intelligenze che stanno mappando il mondo. Le AI imparano da ciò che vedono, e ignorano ciò che non possono misurare. Il risultato è una geografia cognitiva distorta, dove intere culture spariscono dai dataset, e quindi dalla memoria collettiva digitale.

Eppure il potenziale di inversione è enorme. Chiudere il divario di connettività aggiungerebbe 3,5 trilioni di dollari al PIL globale entro il 2030, con il 90% dei benefici concentrato nei paesi a basso e medio reddito. È una delle più grandi opportunità economiche non sfruttate del secolo. Ma non finirà nei bilanci di Google o Meta. Finirà nei portafogli delle persone sistematicamente escluse, generando un effetto moltiplicatore reale.

Le prove non mancano. Zenzeleni in Sudafrica. Rhizomatica in Messico, che porta la rete in villaggi indigeni usando frequenze libere. Guifi.net in Spagna, con 34.000 nodi di rete autogestiti. Chattanooga, nel Tennessee, con una rete municipale a banda larga che restituisce 2,70 dollari per ogni dollaro investito. Queste non sono sperimentazioni. Sono infrastrutture resilienti, sostenibili e soprattutto democratiche. Mostrano che un’infrastruttura digitale equa non è un sogno, ma una scelta industriale e politica.

Ciò che spaventa, però, è la tendenza naturale del potere a centralizzarsi. L’AI non è un’entità eterea, ma una macchina che vive in data center da miliardi di dollari. Ogni decisione sui cavi, sui server, sull’energia e sulle regole di accesso plasma il paesaggio del futuro. Non è un tema tecnico, è geopolitica pura. Quando un algoritmo di San Francisco dipende da un cavo che passa per Mombasa, l’interruzione non è solo un problema di rete, ma di sovranità.

In fondo, la domanda è semplice: vogliamo che l’infrastruttura digitale globale segua la logica dell’estrazione o quella della partecipazione? È la stessa scelta che affrontarono gli Stati Uniti negli anni Trenta, quando decisero di elettrificare le campagne. Allora capirono che senza energia non c’è produttività, senza produttività non c’è crescita, senza crescita non c’è democrazia. Oggi la stessa equazione vale per la connettività.

I cavi che stiamo posando ora decideranno chi potrà studiare, lavorare, innovare. Decideranno quali voci saranno ascoltate e quali silenzi verranno ignorati. L’infrastruttura non è mai neutrale. È il linguaggio con cui una civiltà definisce il proprio futuro. E mentre i giganti del cloud continuano a cablare il pianeta a loro immagine, qualcuno, in un villaggio africano o messicano, sta costruendo una rete più piccola ma più giusta. Forse la vera intelligenza artificiale non è quella che genera testo, ma quella che decide di connettere le persone prima dei dati.


Fonti sull’infrastruttura comunitaria in Sudafrica (Zenzeleni Networks):

  • Il sito ufficiale di Zenzeleni Community Networks descrive il modello “comunitario”, cooperativo, rete nei villaggi rurali del Sud Africa, con costi significativamente inferiori rispetto agli operatori tradizionali. zenzeleni.net+1
  • Un case study del progetto Zenzeleni che riporta che 3.500 residenti sono connessi tramite il modello cooperativo, offrendo comunicazioni “a una frazione del costo” rispetto agli operatori esistenti. ITU+21 World Connected+2
  • Report «Understanding Community Networks in Africa» della Internet Society che analizza le reti comunitarie africane, citando Zenzeleni e i costi elevati per connettersi in zone rurali. Internet Society

Fonti sull’accessibilità, affidabilità e costi della connettività nell’Africa subsahariana:

  • Report della GSMA che segnala come uno smartphone di base in Africa subsahariana costi fino al 95 % del reddito medio mensile per i più poveri. GSMA
  • Documento della World Bank “Digital Africa: Technological Transformation for Jobs” che mostra che la disponibilità e accessibilità digitale in Africa rimangono basse e che la tecnologia deve diventare “più accessibile” per avere impatto. World Bank+1
  • Documento della World Bank che indica che, sebbene l’accesso a internet sia in crescita, per l’Africa subsahariana rimane “molto indietro” rispetto al resto del mondo. World Bank+1

Fonti sulla proprietà dei cavi sottomarini da parte dei grandi gruppi tech:

  • Report della Australian Strategic Policy Institute (citato da altri) che afferma che “solo quattro aziende” — Google LLC, Meta Platforms, Inc., Microsoft Corporation e Amazon .com, Inc. — “posseggono o affittano circa la metà di tutta la capacità dei cavi sottomarini al mondo”. Open Markets Institute+1
  • Articolo su The Register che indica che Google partecipa o detiene circa 33 cavi sottomarini, Meta circa 15, Microsoft 5, Amazon 4. The Register
  • Report “Big Tech’s Undersea Cable Empire” che riprende cifre moderne sull’espansione dei cavi sottomarini da parte dei grandi provider internet. PYMNTS.com