Il boom dell’intelligenza artificiale sta disegnando due filosofie economiche opposte nella Silicon Valley. Da un lato Anthropic, sostenuta da Amazon e Google, che cresce in modo quasi chirurgico; dall’altro OpenAI, creatrice di ChatGPT, che continua a spendere come se la corsa fosse infinita. Secondo documenti rivelati dal Wall Street Journal, la società di Dario Amodei punta a raggiungere la soglia di pareggio nel 2028, con ricavi fino a 70 miliardi di dollari, contro i circa cinque previsti per quest’anno. Una traiettoria impressionante, spinta dalla diffusione del suo chatbot Claude, ormai adottato da molte aziende per il coding e l’assistenza automatizzata.
OpenAI, al contrario, sembra trovarsi nel paradosso del vincitore che consuma se stesso. Le previsioni interne indicano perdite operative da 74 miliardi di dollari nel 2028, pari a circa tre quarti dei ricavi stimati. Il costo dei calcoli, l’infrastruttura cloud e la dipendenza dal capitale di Microsoft stanno trasformando la crescita in una combustione controllata. L’azienda non prevede di andare in utile prima del 2030 e, secondo il WSJ, brucerà fino a 14 volte più cassa di Anthropic prima di vedere profitti.
Dietro i numeri si nasconde una diversa idea di futuro. Anthropic, con un modello più sobrio e scalabile, punta sulla domanda B2B e sui ricavi da API, che nel 2025 dovrebbero raddoppiare quelli di OpenAI. OpenAI, invece, sembra inseguire la visione di una piattaforma universale, più vicina a un esperimento di intelligenza globale che a un’impresa sostenibile.
Il risultato è che la Silicon Valley si trova davanti a due prototipi di capitalismo algoritmico: Anthropic, la startup della prudenza intelligente, e OpenAI, la multinazionale dell’ambizione costosa. In mezzo, il mercato, che dovrà decidere se il futuro dell’AI sarà costruito sulla logica dei margini o su quella dei miracoli.