Molti fingono sorpresa davanti al debutto di 2Wai, ma il mercato era già pronto per un’altra capsula futurista mascherata da cura dell’anima. La startup cofondata dall’ex volto Disney Calum Worthy ha infilato nel telefono la promessa di parlare con chi non c’è più, trasformando la nostalgia in un asset scalabile. La chiamano grief tech, parola morbida che nasconde una verità più ruvida. Ogni volta che la tecnologia tocca il dolore umano, l’innovazione sembra più un bisturi che un abbraccio. La beta dell’app arriva con la provocazione di HoloAvatar, una funzione capace di fabbricare repliche digitali partendo da tre minuti di video e una manciata di input, abbastanza per scatenare l’immaginario collettivo e la furia dei social.

Molti osservatori hanno evocato l’ombra di Black Mirror, ma la realtà corre più veloce della fiction. Il promo virale pubblicato da Worthy ha mostrato una giovane madre che conversa con la versione sintetica della madre scomparsa, come se il passato potesse essere riavvolto a comando. La sequenza è studiata per colpire lo stomaco prima della mente. Non stupisce che molti utenti abbiano parlato di “incubo”, “stregoneria digitale” o “parassitismo emotivo”. La tensione nasce dal fatto che queste repliche non archiviano la memoria. La reinterpretano. Un avatar che parla quarantadue lingue non è un ricordo, è un algoritmo travestito da consolazione. Una curiosità poco discussa è che le aziende di questo settore puntano sulla personalizzazione continua, ma ciò implica manipolare un patrimonio affettivo che non ha mai dato consenso esplicito.

Molti investitori osservano con cautela perché HoloAvatar e i suoi simili sollevano problemi di privacy che nemmeno i regolatori hanno iniziato a mappare. Le repliche digitali dei defunti operano in un territorio giuridico dove le tutele si assottigliano e il confine tra eredità e sfruttamento diventa un gioco di funi. I promotori di 2Wai parlano di FedBrain, un sistema che elabora dati on device per rassicurare gli utenti, ma resta una verità scomoda. L’algoritmo impara, astrae e ricostruisce secondo logiche che nessun familiare può davvero controllare. Alcuni avvocati sottolineano che questa ambiguità crea avatar che non appartengono più né ai vivi né ai morti, una zona grigia dove il valore commerciale supera quello affettivo.

Molti citano competitor come HereAfter AI e StoryFile per dimostrare che il settore non è nuovo, ma 2Wai ha spinto più avanti la provocazione culturale. L’azienda cavalca l’idea della replica come continuità esistenziale, un concetto seducente in un’epoca in cui il tempo sembra un lusso. Una nota ironica arriva da chi ricorda che il progetto nasce dopo gli scioperi SAG AFTRA, quasi come se Hollywood avesse trovato un modo di rientrare dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta del copyright. Invece la domanda vera è un’altra. Che cosa accade quando la memoria non è più un atto umano ma un servizio in abbonamento. La stessa startup parla di futuro modello premium e il sospetto che si voglia monetizzare la vulnerabilità più universale dell’uomo non appare del tutto infondato.

Molti fingono indignazione, altri si dicono incuriositi. La verità è che il fascino oscuro delle repliche digitali non scomparirà, perché la tecnologia ha l’abitudine di infilarsi dove l’immaginazione vacilla. HoloAvatar e l’intero ecosistema grief tech rappresentano una nuova forma di narrazione artificiale del lutto, un ponte instabile tra memoria e fantasia. La società dovrà decidere se si tratta di un’innovazione compassionevole o di un miraggio che rischia di danneggiare più di quanto possa consolare. Chi ha creato 2Wai parla di un archivio vivente dell’umanità, un’aspirazione audace che suona quasi come una citazione involontaria di Borges. Molti invece vedono solo un mercato che non conosce più limiti, nemmeno quelli del silenzio.