È davvero un colpo di scena da prim’ordine: Alphabet, la società madre di Google, era stata per anni in quella che i mercati chiamavano “la doghouse” quel recinto rumoroso e ostico in cui le Big Tech finiscono quando gli investitori perdono fiducia o quando si agitano le acque regolatorie. E ora? Warren Buffett, il re del value investing, ha deciso di aprire il cancello. La sua Berkshire Hathaway ha comunicato di detenere 17,85 milioni di azioni Alphabet, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari.
Il mercato, di fronte a questa mossa, ha reagito con un rally netto: le azioni di Alphabet sono schizzate in rialzo. Non solo un endorsement finanziario, insomma, ma una sorta di “certificazione Warren” sul potenziale a lungo termine di Google — e non è un segnale da poco, visto che Buffett non è mai stato famoso per correre dietro ogni moda tecnologica.
Questa non è solo una scommessa sull’advertising o sui motori di ricerca. È una dichiarazione sul futuro dell’intelligenza artificiale e dell’infrastruttura cloud. Buffett ha storicamente evitato le aziende tech ad alta crescita, ma in questo caso potrebbe aver visto qualcosa che altri ignoravano: Google non è più solo un motore di ricerca, è un ecosistema AI verticale.
Negli ultimi mesi, il titolo di Alphabet ha messo a segno un rally impressionante: +50% da inizio anno, una performance che surclassa persino molti giganti del settore tech. Parte di questo slancio deriva dalla percezione che Google stia finalmente capitalizzando l’intelligenza artificiale: la sua divisione Cloud accelera, il TPU (l’AI chip interno di Google) sta diventando popolare internamente, e l’attesa per il nuovo modello Gemini 3 ribolle sotto la superficie.
Chiunque segua le vicende di OpenAI e Sam Altman probabilmente vede la corsa all’AI come una sfida in cui Google è arrivata già preparata. Alphabet non deve sperimentare sulla carta: ha già un forte modello di linguaggio, una rete cloud consolidata, un chip AI progettato in casa e dispositivi fisici (pixel, occhiali?) pronti a fare da veicolo. OpenAI può benissimo essere più avanti nell’utilizzo di massa, ma Google ha il bilancio solido e la generazione di cassa — non è una startup che brucia miliardi ogni trimestre.
Naturalmente, la grandezza ha un prezzo: 190.000 dipendenti non si gestiscono con la stessa agilità di un laboratorio. Ci sono storie di lentezze decisionali, di silos interni, di fiefdom. Eppure, nonostante tutto questo, Google sembra fare passi da gigante. Forse l’incredibile è proprio questo: Google conquista l’AI nonostante, non grazie a.
Il tocco ironico? Mentre Google guadagna il favore di Buffett, altri titani del tech stanno perdendo terreno. Meta Platforms, che era la darling degli investitori fino a qualche mese fa, ha visto il suo appeal svanire. A luglio era in gran forma, con un +32% su base annua, mentre Google arrancava. Ora la situazione è completamente ribaltata. Meta ha annunciato che avrebbe aumentato i suoi investimenti in AI, ma ha pagato il conto con una caduta del titolo di circa il 20% dopo quell’annuncio.
Per Google, quindi, la mossa di Berkshire non è solo un’iniezione di capitale: è simbolica. È come se Buffett stesse dicendo al mondo: “Sì, anch’io credo che Alphabet sia una macchina da guerra dell’AI, e non ho paura di entrare dentro.” Ed è un messaggio potente, soprattutto quando arriva da qualcuno che ha costruito il suo impero su investimenti ponderati e strategici.
Detto tra noi: questo non significa che Google abbia tutte le risposte o che l’anti-trust sia definitivamente dimenticato. Ma è un voto di fiducia tremendo, in un momento in cui il panorama tecnologico è più volatile che mai.