Ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno riunito i ministri digitali dell’Ue per parlare di “sovranità digitale europea”. Peccato che, come al solito, la voce che conta sia stata soprattutto una: quella franco-tedesca.
L’obiettivo dichiarato era nobile: ridurre la dipendenza da Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, i colossi americani che oggi detengono oltre il 70% del mercato cloud europeo e creare finalmente un’infrastruttura continentale per dati sensibili di governi, aziende e pubblica amministrazione.
Un’esigenza drammaticamente evidente proprio ieri, quando un blackout globale di Cloudflare (società statunitense) ha mandato in tilt migliaia di servizi europei per ore.
Fin qui tutto condivisibile.
Meno condivisibile è il metodo: ancora una volta Parigi e Berlino decidono di giocare in doppio, presentandosi come i “responsabili speciali” (parole testuali di Merz) della sovranità tecnologica del continente. Il cancelliere ha avuto persino il garbo di specificare che non si vuole un “approccio bilaterale”, ma “olistico”.
Traduzione: l’Europa è benvenuta, purché segua la regia franco-tedesca. Un copione visto e rivisto (da Giscard-Schmidt a Kohl-Mitterrand, da Merkel-Sarkozy allo Scholz-Macron di oggi), che nel 2025 comincia francamente a stancare.
A margine del vertice sono stati annunciati una serie di accordi che, guarda caso, coinvolgono quasi esclusivamente player francesi e tedeschi (con qualche comparsa franco-americana di troppo).
Fonte: elaborazioni Rivista.AI su dati ufficiali comunicati a margine del Vertice sulla Sovranità Digitale Europea, Berlino 18 novembre 2025.
Un catalogo impressionante di collaborazioni… rigorosamente concentrate sull’asse Berlino-Parigi. Difficile non notare l’assenza di realtà italiane, spagnole, polacche o anche dei Paesi nordici nei comunicati ufficiali. Eppure l’Europa conta 27 Stati membri, non 2.
Il paradosso è lampante: mentre Merz e Macron tuonano contro la dipendenza dagli Stati Uniti, alcune delle partnership annunciate continuano a poggiare su componenti infrastrutturali di Amazon, Microsoft e Google (SAP docet) o includono società con capitale e tecnologia a stelle e strisce (Owkin).
E allora diciamolo chiaramente: questa sovranità digitale “europea”, almeno per ora, sembra più un rebranding franco-tedesco del solito modello americano, con l’aggiunta di qualche bandierina blu con stelle gialle giusto per fare scena.
In un continente che rischia di rimanere schiacciato tra Washington e Pechino, serve davvero un’Europa unita. Ma un’Europa che continui a considerare Parigi e Berlino come sinonimo di “tutta l’Unione” è destinata a perdere credibilità prima ancora di costruire il suo primo data center sovrano.
E mentre i due “primi della classe” si scambiano complimenti sul palco, il resto del continente osserva lo spettacolo di un’Unione che parla con una voce sola… purché sia in francese o in tedesco.
La sovranità digitale europea non si costruirà nei saloni di Berlino con vertici a inviti selezionati. Si costruirà solo se i 27 Paesi siederanno allo stesso tavolo con pari dignità. Altrimenti rischiamo di svegliarci tra qualche anno con un “Gaia-X 2.0” che, ironia della sorte, si appoggia anche a quei provider Usa dai quali ci vorremmo emancipare. Parola di chi segue da trent’anni la politica europea: il vizietto di fare l’Europa a due velocità, con Parigi e Berlino al volante, è più vivo che mai. E ieri a Berlino ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione.