All’evento Orbits Dialogues With Intelligence, ho ascoltato dal vivo Luciano Floridi, e non è stato solo un ospite: è stata una specie di chiamata alle armi per chi crede nel valore umano dentro l’IA. Tra Aristotele, T. S. Eliot e un futuro che sembra sempre più labirintico, il professore ha evocato quella che ha definito la sua “congettura di Floridi” e, sì, mi sono sentito chiamato in causa.

Floridi ha ribadito ciò che forse molti di noi nel tech sanno ma a volte dimenticano: l’IA può generare quantità, ma la qualità arriva solo se ci metti dentro il tuo training, la tua testa, il tuo pensiero critico. Può sembrare vanità, ma era esattamente il punto che avevo sostenuto qualche settimana fa in una presentazione a Smau: l’AI non basta, serve la mente dietro.

La sua lezione sul capitale semantico è stata magistrale. Questo concetto al centro di Orbits 2025 non è teoria fine a sé stessa: è un manifesto. Secondo Floridi, il capitale semantico è ciò che dà significato al mondo. È la nostra capacità di trasformare l’esperienza, la cultura, l’arte, la scienza in qualcosa che ha valore perché lo comprendiamo, non solo perché l’abbiamo registrato come dato.

Floridi è netto: l’IA, per quanto potente, resta un “pappagallo stocastico”. Ripete schemi, imita sintassi, costruisce frasi. Ma non capisce. Non ha (ancora) accesso al significato. Questo lo rende uno strumento, non un demiurgo. Senza un intervento umano consapevole il nostro “ruminare”, come direbbe Nietzsche l’IA rischia di restare vuota di senso.

Questa idea del “pappagallo stocastico” si collega a una sfida più profonda: stiamo uscendo dall’epoca dell’asimmetria informativa, dove vinceva chi possedeva più dati, per entrare nell’era dell’asimmetria semantica. Non basta più sapere; bisogna interpretare. Non è più un gioco di quantità, ma di qualità. Chi sa leggere il significato nei dati, chi li trasforma in senso — questo è il nuovo potere. Floridi lo ha messo con chiarezza durissima: il vero vantaggio competitivo non è più avere i dati, ma avere la chiave per decifrarli.

Questo non è un concetto astratto. Come ha raccontato lui stesso durante Orbits, il capitale semantico è fatto di esperienza, delle piccole cose che rendono la nostra vita significativa: la musica che ascolti, gli amici con cui condividi una pizza, la lettura lenta, il dialogo profondo. Non è misurabile con un algoritmo tradizionale. È una risorsa viva, generativa, che richiede cura, riflessione, crono-senso non solo cronos (il tempo misurabile).

Floridi ha anche evidenziato un paradosso temporale: il mondo digitale corre con il tempo quantitativo (processore, cicli, token), ma il significato richiede kairos — il tempo giusto, qualitativo, quello della riflessione e del pensiero. Se perdiamo la lentezza, rischiamo di perdere il senso. Questo è pericoloso non solo per la cultura, ma per la democrazia cognitiva. Wired Italia

Un’altra cosa che mi ha colpito: Floridi non teme che il capitale semantico sia “supportato” dall’IA. Lo può essere, lo si può amplificare, estendere, infrastrutturare. Ma automatizzarlo completamente? No. Se provi a ridurre il significato a regole rigide, perdi l’essenza. Il momento generativo del significato quel salto creativo, quel dialogo tra biografia, comunità, storia — rimane saldamente umano.

E qui torniamo al tema che ho sentito anche nella mia testa mentre sedevo tra il pubblico: mettere il proprio training, il proprio pensiero, non è opzionale. È strategico. È il modo in cui si costruisce capitale semantico individuale e collettivo. Floridi ha parlato di “manifattura dei concetti”: non siamo più solo consumatori di dati, siamo designer di significato.

Questa prospettiva filosofica ha risvolti pratici enormi per noi nel mondo aziendale e tecnologico. Se la nostra differenza non sta più nel possedere la maggior quantità di dati, ma nel saperli interpretare, allora le strategie cambiano. Serve una “pedagogia semantica”: educare le nuove generazioni non tanto su quali linguaggi di programmazione usare, ma su come pensare, su come generare significato, su come leggere e ricomporre il senso nel caos dell’informazione digitale.

All’evento c’era anche un forte richiamo alla comunità: non basta che singoli leader, aziende, filosofi lavorino. Serve un ecosistema. Orbits non è solo uno spettacolo o una conferenza: è un laboratorio permanente, una comunità che non si scioglie quando le luci del palco si spengono. Secondo la Rivista AI, Orbits diventa un’arena dove “la vera rivoluzione è semantica”.

E non è un’iperbole: Floridi parla di responsabilità radicale. Quando progetti interfacce, sistemi ontologici, modelli di AI, quando definisci categorie dati, non stai solo organizzando informazioni: stai plasmando possibilità future di significato. In altre parole, sei un architetto di senso.

In un momento in cui molti parlano di automazione, efficienza, ROI, Floridi ci pone una domanda più profonda: “Quale significato costruiamo con l’automazione?”. Perché se produciamo dati, ma perdiamo il senso, stiamo impoverendo il capitale più prezioso che abbiamo: quello semantico. E se lasciamo che l’IA generi risposte senza che noi ne valutiamo il significato, rischiamo di delegare il pensiero a modelli che imitano ma non intendono.

Sì, mi sono sentito chiamato in causa. Ma in modo positivo: il messaggio di Floridi riporta la centralità dell’umano nell’AI. Non come nostalgici, ma come architetti attivi. Serve pensiero critico, formazione semantica, coraggio di non delegare la generazione di senso. Serve che ognuno di noi – CTO, CEO, filosofo improvvisato o semplicemente curioso – prenda parte a questa manifattura di concetti.

Se l’IA è un pappagallo stocastico, noi siamo le ostriche: trasformiamo il fastidio del reale in perle di significato. E in un mondo in cui i bit crescono in abbondanza, forse la nostra vera ricchezza la nostra unica leva competitiva sarà la qualità del nostro capitale semantico.