Oracle ha deciso di puntare tutto sull’intelligenza artificiale, e lo fa con una strategia tanto audace quanto pericolosa per il suo bilancio. Il suo colpo di scena è alimentato da enormi debiti, da un accordo mastodontico con OpenAI e da un passaggio strategico dal software “tranquillo” a un’infrastruttura cloud e AI estremamente capital intensive. Ma mentre gli hyperscaler corrono, gli investitori scrutano con crescente nervosismo.

Le azioni Oracle sono scese del 25 percento in un solo mese, quasi il doppio del crollo di Meta, cancellando più di 250 miliardi di dollari di guadagni precedenti. Il mercato obbligazionario non è meno preoccupato: un indice che tiene traccia del debito di Oracle ha registrato un calo del 6 percento da metà settembre, peggio di quello dei suoi concorrenti.

Il motore di questa turbolenza è il piano di Oracle di investire centinaia di miliardi di dollari in chip e data-center per sostenere i carichi di OpenAI. Un cambiamento epocale del suo modello di business: da fornitrice di database e software a gigante dell’infrastruttura cloud/AI. I margini attesi, però, non convincono tutti. Gli analisti avvertono che gran parte del valore dell’infrastruttura IA dipende da poche start-up non ancora redditizie, come OpenAI e Anthropic.

Sul fronte finanziario, Oracle si porta dietro un peso enorme: circa 96 miliardi di dollari di debito a lungo termine, in forte salita rispetto ai 75 miliardi dell’anno precedente. Ma non basta: la società ha emesso 38 miliardi di dollari in obbligazioni quest’anno per finanziare l’espansione dei suoi campus IA, secondo gli analisti. Il free cash flow è in territorio negativo, una rarità tra gli hyperscaler consolidati. Soprattutto, la leva finanziaria è schizzata: il rapporto debito/patrimonio netto è diventato estremamente aggressivo.

Alcune cifre circolano anche sui contratti a lungo termine: si parla di impegni fuori bilancio per circa 100 miliardi di dollari legati a data center destinati a OpenAI, molti dei quali nemmeno ancora costruiti. Le agenzie di rating suonano l’allarme: entro il 2028, una parte significativa dei ricavi di Oracle potrebbe dipendere da OpenAI. Fitch, per esempio, ha confermato un rating “BBB” per Oracle ma ha sottolineato che la leva finanziaria dovrebbe arrivare a 3,5× l’EBITDA nel 2026 prima di diminuire, quando inizieranno a concretizzarsi i ricavi derivanti dall’infrastruttura AI.

La scommessa su Stargate — il piano infrastrutturale congiunto tra Oracle, OpenAI e SoftBank — è una delle più ambiziose mai viste. L’obiettivo: costruire decine di gigawatt di potenza di calcolo per alimentare la prossima generazione di modelli AI generativi. Recentemente OpenAI e Oracle hanno annunciato l’espansione del progetto con cinque nuovi data center negli Stati Uniti, per circa 7 gigawatt totali di capacità e investimenti attesi superiori ai 400 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.

La posta in gioco è enorme: secondo il Wall Street Journal, OpenAI ha firmato un contratto con Oracle per 300 miliardi di dollari in potenza di calcolo su un arco di cinque anni. Per alimentare tutto ciò, Oracle dovrebbe fornire una capacità energetica pari a 4,5 gigawatt un consumo elettrico paragonabile a quello di circa quattro milioni di case.

Per alimentare i data center, Oracle ha ordinato anche un’enorme quantità di GPU Nvidia: report esterni parlano di un contratto da 40 miliardi di dollari per centinaia di migliaia di chip AI. In cambio, OpenAI si impegna a pagare circa 30 miliardi di dollari all’anno per i servizi di data center gestiti da Oracle.

Alcuni analisti restano però ottimisti: per Oracle l’infrastruttura AI potrebbe crescere di dieci volte entro il 2029 e generare ricavi per 300 miliardi di dollari tra il 2027 e il 2032, secondo stime interne. Ma altre istituzioni — tra cui Moody’s, Barclays e S&P Global — segnalano rischi sistemici: esposizione concentrata su OpenAI, burn di cash e contratti a lungo termine sbilanciati.

La manovra di Oracle è trasformativa: potrebbe segnare l’ingresso definitivo nella galassia degli hyperscaler dominanti dell’IA. Se la domanda effettiva di AI esploderà come previsto, Oracle potrebbe emergere come un colosso globale del compute. Ma la sua vulnerabilità è pari all’ambizione: dipendenza quasi monocliente da OpenAI, debito alle stelle, flussi di cassa fragili. Una caduta non è solo possibile — è scritta nella loro architettura finanziaria.