La Cop30 di Belém si è chiusa, come da tradizione, con quel mix di diplomazia, frustrazione e applausi moderati che ormai caratterizza ogni summit sul clima. Un “mini-compromesso”, lo definiscono molti osservatori, che però ha un peso politico preciso: non interrompere il cammino negoziale, per quanto lento, che porta all’obiettivo della riduzione del riscaldamento globale.
Il documento finale, la Global Multitrack Decision, approvato per consenso è un testo di compromesso. Sebbene sancisca un punto chiave, quello che si va avanti insieme, pecca nel non stabilire una road map precisa per l’uscita dai combustibili fossili. Si procede quindi, anche se, paradossalmente, non è chiaro verso quale velocità, direzione o destinazione.
Transizione energetica? Non pervenuta
Sulle grandi questioni quindi, come quella sull’uscita dai combustibili fossili, il testo rimane prudente come uno dei miei studenti del corso di digital marketing che tenta di evitare un’interrogazione. Nessun riferimento diretto alla decarbonizzazione, nessuna timeline, nessun obbligo per i Paesi sviluppati di aiutare i più poveri.
Si parla, invece, di un generico impegno a “triplicare gli investimenti per l’adattamento” e a sostenere lo sviluppo nei Paesi più vulnerabili. Un obiettivo condivisibile, certo, ma che rischia di suonare come una promessa già sentita mille volte. La Cina, dal canto suo, ottiene un riferimento favorevole sull’uso delle sue tecnologie a basso costo, mentre gli Stati Uniti evitano di essere vincolati a nuovi obblighi e il Brasile incassa lo spazio politico che desiderava come “Paese ospitante impegnato nella mediazione”.
Insomma: tutti contenti ma nessuno soddisfatto. Risultato? Il clima attende.
Il ruolo del Brasile: tra Amazzonia, diplomazia e geopolitica green
Il governo brasiliano aveva ambizioni altissime per questa Cop30, ospitata nel cuore dell’Amazzonia e simbolicamente costruita per “rimettere la foresta al centro del dialogo globale”. Lula ha guidato un approccio pragmatico: puntare sulla cooperazione, evitare scontri diretti e fare da ponte tra Nord e Sud del mondo.
Ma il compromesso finale non contiene un chiaro impegno sul phase-out dei fossili, richiesto da molti Paesi e da tutte le principali Ong. Eppure il Brasile assicura che giocherà un ruolo sempre più attivo su deforestazione, tutela della biodiversità e sviluppo sostenibile: ambiti nei quali l’uso di strumenti digitali e di intelligenza artificiale per il monitoraggio ambientale è sempre più strategico.
Non è un caso: l’Amazzonia, oggi, è uno dei terreni di sperimentazione più avanzati per sistemi AI capaci di tracciare incendi, flussi illegali di legname e cambiamenti della copertura forestale in tempo reale. Un’innovazione che potrebbe davvero cambiare il modo in cui i governi affrontano la crisi climatica, specialmente quando la politica procede a passo lento.
Tecnologia e AI: ciò che la diplomazia non fa, lo farà l’algoritmo?
Lo scenario è chiaro: se la politica internazionale arranca, la tecnologia corre. Droni per il controllo degli incendi, reti neurali per la previsione degli eventi estremi, modelli di Earth Observation in grado di ricostruire scenari climatici in tempo reale. Il Brasile, ospitando la Cop30, ha voluto anche mandare un messaggio implicito: la lotta al cambiamento climatico richiede strumenti nuovi, più rapidi e più precisi.
E se il vertice non ha indicato la strada per la transizione energetica, la scienza continua a ricordarci che la finestra temporale per evitare il superamento degli 1,5° si restringe rapidamente. L’innovazione potrebbe essere la differenza tra un compromesso simbolico e un cambiamento concreto.
Cop30 in sintesi: un passo avanti… a velocità di crociera
Esprimere un giudizio sul vertice è, oggettivamente, complicato. È difficile parlare di fallimento, ma è altrettanto difficile parlare di successo. Potremmo piuttosto definirlo una tappa, utile per mantenere aperto il dialogo internazionale, ma lontana dall’essere risolutiva.
Il paradosso resta comunque evidente: mentre i modelli di intelligenza artificiale diventano ogni giorno più rapidi, precisi e capaci di analizzare scenari complessi, la diplomazia climatica continua con incrementi millimetrici. Forse sarebbe il caso che negoziatori e capi di Stato prendano esempio dagli algoritmi: meno iterazioni, più soluzioni.
La Cop30 chiude senza scossoni, senza impegni storici, ma con una generica promessa che “andremo avanti insieme”. E anche se la strada per abbandonare i combustibili fossili rimane tortuosa, una cosa è chiara: tecnologia e intelligenza artificiale saranno sempre più decisive per misurare, comprendere e affrontare la crisi climatica, persino quando le decisioni politiche faticano a tenerne il passo.