Donald Trump ha scosso ancora una volta il dibattito sull’immigrazione, dichiarando giovedì di voler “mettere in pausa permanentemente” l’immigrazione dagli “Third World Countries” per permettere al sistema statunitense di “guarire”. Il suo messaggio, condiviso sulla piattaforma Truth Social, è vagamente formulato ma carico di implicazioni politiche e legali di enorme portata.
Non ha nominato esplicitamente tutti i paesi coinvolti, ma ha parlato di terminare “i milioni” di ammissioni irregolari approvate sotto l’amministrazione Biden — comprese secondo lui quelle firmate con l’autopen — e di rimuovere chiunque non sia “un asset netto per gli Stati Uniti” o chi, secondo lui, “non sappia amare il nostro Paese”.
Tra i punti più radicali della sua proposta, Trump ha promesso di sospendere tutti i benefici federali per i “non cittadini”, di denaturalizzare migranti che “minacciano la tranquillità interna” e di espellere qualsiasi straniero ritenuto “un peso pubblico, un rischio per la sicurezza o non compatibile con la civiltà occidentale”.
La mossa avviene in un contesto drammatico: è stata annunciata il giorno dopo che un membro della Guardia Nazionale è morto in un’imboscata nei pressi della Casa Bianca, un attacco che le autorità accusano essere stato compiuto da un cittadino afghano. Subito dopo, il Servizio di Cittadinanza e Immigrazione degli Stati Uniti (USCIS) ha sospeso indefinitamente la lavorazione di tutte le richieste di immigrazione relative ai cittadini afgani.
Parallelamente, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha avviato una revisione “su vasta scala” dei casi di asilo approvati durante l’amministrazione Biden, oltre che dei permessi di soggiorno (Green Card) emessi a cittadini di 19 paesi “di interesse”. Secondo quanto riferito da fonti giornalistiche, i paesi “di interesse” includerebbero: Afghanistan, Myanmar, Burundi, Ciad, Repubblica del Congo, Cuba, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Laos, Libia, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo, Turkmenistan, Venezuela e Yemen.
Trump ha definito i suoi obiettivi “una grande riduzione delle popolazioni illegali e disturbanti” e ha evocato il concetto di “reverse migration” come cura definitiva: un richiamo ambiguo, ma simbolico, che suggerisce il rimpatrio o la ridistribuzione sistematica di migranti.
L’annuncio è politicamente esplosivo. Da un lato, rafforza la linea dura sull’immigrazione che ha contraddistinto Trump; dall’altro, solleva enormi interrogativi legali e umanitari. Legalmente, uno stop permanente dell’immigrazione da intere regioni senza una base legislativa chiara né una lista definita di paesi appare debole. Politicamente, la retorica aggressiva (“non sarete qui a lungo”) rischia di alimentare divisioni profonde e tensioni etniche, religiose e geopolitiche.
Critici e osservatori avvertono che un provvedimento del genere potrebbe sfidare i principi costituzionali statunitensi e violare trattati internazionali sui diritti dei rifugiati. Trump però sembra preparato a forzare la mano, con l’argomentazione che il sistema di immigrazione è stato “eros o dagli sbagli del passato” e che serve una pausa radicale per ripristinare ordine e controllo.
Resta da vedere come attuerà praticamente queste misure: quali meccanismi legali userà per “denaturalizzare” individui, come definirà chi è un “asset netto” o una minaccia per la “civiltà occidentale”, e fino a che punto il suo piano incontrerà resistenza nel sistema giudiziario o nel Congresso. Ma il messaggio è chiarissimo: per Trump, l’immigrazione non è più solo una questione di numeri, è una battaglia culturale e geopolitica.