Salesforce scopre che la luce in fondo al tunnel non è necessariamente un treno in arrivo, ma nemmeno il bagliore accecante della salvezza che alcuni investitori si aspettavano. La crescita dei ricavi legati all’intelligenza artificiale sembra finalmente incidere sul quadro complessivo, anche se con la delicatezza di una matita ben temperata che traccia linee sottili su un bilancio ancora troppo pesante. La keyword che domina questa storia è Salesforce, accompagnata da due compagne di viaggio che Google SGE sembra adorare: intelligenza artificiale enterprise e crescita dei ricavi IA. In questo triangolo di significati tecnologici si muove una narrazione che alterna entusiasmo, timore e quella sottile ironia che ben si addice al teatro del software globale.
Salesforce ha pubblicato i risultati del terzo trimestre con l’aria di chi vuole dire al mercato di avere ancora qualcosa da dimostrare. La previsione di crescita del fatturato per l’anno fiscale in corso si attesta al 9,2 percento, un miglioramento rispetto alla postura difensiva a cui l’azienda ci aveva abituato negli ultimi dodici mesi. La lentezza resta tuttavia il vero tema. Una società che ha incarnato per anni la cavalcata inarrestabile del software cloud si ritrova ora a celebrare progressi minimi, quasi simbolici, come se stesse spiegando ai mercati che essere resilienti richiede più pazienza che talento. Il titolo, in ogni caso, ha reagito con un balzo del 2 percento nelle contrattazioni after hours, una di quelle reazioni tipiche degli investitori che decidono di premiarti per non aver peggiorato la situazione.
Salesforce deve gran parte della sua narrativa attuale a Agentforce, il suo prodotto di punta nell’intelligenza artificiale applicata alle operation aziendali. Il contributo è però ancora modesto, e lo scintillio dei numeri suggerisce più un potenziale che una realtà consolidata. Agentforce ha generato 540 milioni di dollari di fatturato ricorrente annuo nel trimestre, un incremento del 330 percento rispetto all’anno precedente. Questo dato potrebbe sembrare il preludio di una rivoluzione, se non fosse che Salesforce prevede un fatturato complessivo di circa 42 miliardi di dollari nel 2026. La proporzione parla chiaro e ricorda vagamente quelle startup che raccontano al mercato di essere sul punto di cambiare il mondo mentre generano introiti paragonabili al budget di un bar di provincia.
Salesforce, con un candore quasi disarmante, ammette anche che il tasso di crescita di Agentforce rallenta. Nel trimestre precedente correva al 400 percento, ora si ferma al 330. Non è una tragedia. Nessun mercato scalabile mantiene a lungo velocità supersoniche, e infatti chi ha vissuto varie fasi tecnologiche sa che le percentuali astronomiche appartengono più al marketing che alla contabilità. Curioso però notare che Benioff e soci parlino ancora dell’ARR come metrica rivelatrice, quando ogni CFO di buon senso sa che questa cifra è più un’indicazione di tendenza che un dato solido. Il fatto che l’ARR di Agentforce equivalga a circa 135 milioni di entrate reali nel trimestre smonta parte dell’entusiasmo narrativo, mostrando un impatto economico ridimensionato in un contesto in cui Salesforce ha registrato ricavi totali pari a 10,3 miliardi.
Salesforce non si limita però a Agentforce. Una quota consistente del nuovo fermento arriva da Data 360, il servizio di analisi che monetizza la necessità delle aziende di estrarre valore predittivo dai propri dati. La somma dei ricavi ricorrenti annuali di Agentforce e Data 360 raggiunge quasi 1,4 miliardi, un incremento presentato dall’azienda come un esplosivo 114 percento. Una definizione che, letta con spirito critico, ricorda quei comunicati stampa dove l’aggettivo conta più del numero. La crescita infatti rallenta rispetto al 120 percento dei due trimestri precedenti, segno che anche i prodotti più in vista non sfuggono alle dinamiche di saturazione strutturale del mercato enterprise.
Salesforce rivede verso l’alto la guidance per il 2026, immaginando una crescita superiore al 9 percento rispetto alla stima iniziale che oscillava tra il 6 e il 7 percento. La narrativa del miglioramento c’è, anche se si presenta come un timido raggio di luce filtrato da un mercato scettico. Il settore del software enterprise, dopotutto, vive una fase di turbolenza epocale. L’intelligenza artificiale non è solo un’opportunità, ma un fattore destabilizzante che ridisegna i confini competitivi con la furia di un ciclone. Le aziende non si confrontano più soltanto con il prodotto del vicino, ma anche con la possibilità che i propri clienti si costruiscano strumenti interni di AI, alimentando così un paradosso: la tecnologia che dovrebbe semplificare spinge molti verso una complessità tale da far rimpiangere il software tradizionale.
Salesforce mostra una certa frustrazione nel dover convincere le aziende a pagare per gli agenti AI. La storia non è diversa da quella già vissuta da Microsoft, che pure si è trovata a fare evangelizzazione più che vendita, spiegando ai clienti che non basta attivare un modello generativo per ottenere il ritorno dell’investimento. Benioff ha dichiarato agli investitori che molte aziende hanno provato a costruire in autonomia i propri sistemi di intelligenza artificiale, scoprendo che si tratta di un percorso tecnico più complicato di quanto suggeriscano le presentazioni alla moda nelle conferenze di settore. È un commento che suona come una piccola rivincita, perché trasforma un fallimento diffuso in un argomento di vendita irresistibile per chi produce AI enterprise a pagamento.
Salesforce respinge anche quella che Benioff definisce una falsa narrativa, cioè l’idea che l’intelligenza artificiale rappresenti una minaccia per il software tradizionale. È un’affermazione interessante, soprattutto perché giunge in un momento in cui l’intero settore assiste alla cannibalizzazione del proprio modello economico. L’AI solleva domande su licenze, utilizzo, cicli di aggiornamento e margini, ed è comprensibile che molti temano un collasso delle vecchie certezze. Benioff preferisce invece dipingere la tecnologia come un alleato, un acceleratore in grado di amplificare la domanda complessiva. È un’affermazione visionaria, forse eccessivamente ottimista, ma perfettamente allineata al personaggio.
Salesforce rimane comunque in difficoltà. Anche dopo il piccolo rally, il titolo segna un calo del 27 percento su base annua, peggior performance rispetto alla maggior parte dei brand tecnologici di primo piano nel 2025. È il segnale evidente che il mercato non si lascia convincere facilmente. La narrazione dell’intelligenza artificiale come panacea universale ha perso smalto e ora richiede dimostrazioni concrete, non slogan. In questo senso, Salesforce ha ancora molto da dimostrare e probabilmente il 2026 sarà l’anno della verità.
Salesforce prova a recuperare credibilità presentando la combinazione di AI, dati e automazione come la formula magica capace di rilanciare una traiettoria che si stava pericolosamente appiattendo. L’intelligenza artificiale enterprise raccontata dall’azienda è sofisticata, integrata, capace di trasformare i processi interni con precisione chirurgica. Il punto è che questa promessa non è diversa da quella formulata da ogni altro colosso del software. La differenza non la fa la tecnologia, ma la capacità di esecuzione. Il mercato vuole sapere se Salesforce sarà davvero in grado di mantenere ciò che oggi annuncia con enfasi.
Salesforce, in definitiva, si trova in un momento sospeso tra la fiducia e il dubbio. Le cifre mostrano un progresso reale ma contenuto, mentre il mercato osserva con impazienza e un pizzico di diffidenza. La crescita dei ricavi IA è sicuramente una nota positiva, ma non ancora sufficiente a cambiare radicalmente la traiettoria dell’azienda. Marc Benioff continua a promettere rivoluzioni, e forse un giorno arriveranno davvero. Per ora, l’unica certezza è che la partita dell’intelligenza artificiale enterprise è appena iniziata e Salesforce, con tutte le sue contraddizioni, non è ancora uscita dal tunnel, anche se una luce sfocata comincia finalmente a filtrare.