Richard Lehman, David Fraile Navarro, Marcus Lewis, Charlotte Blease, Sara Rigarre, Rupal Shah Centre for Data Futures, King’s College, London
The timing matters. We’re at an inflection point where natural language interfaces finally enable augmentation tools that support the full spectrum of professional intelligence – not just analytical reasoning, but the intuitive and habitual dimensions that logic-based systems have systematically neglected. We have a narrow window of opportunity to demonstrate what genuinely capability-augmenting features should look like, thereby enabling the profession to demand such features before commercial standards lock in.Professor Sylvie Delacroix, Director of the Centre for Data Futures
La scena si ripete in ogni clinica illuminata da neon stanchi. Una paziente arriva con un foglio pieno di suggerimenti di un chatbot, mentre il medico la guarda con l’espressione di chi sa che quella conversazione non sarà più una semplice questione tra due umani. Risuona come il preludio di un cambiamento epocale. Il concetto di triadic care, introdotto da Sylvie Delacroix e da colleghi come Richard Lehman, David Fraile Navarro, Marcus Lewis, Charlotte Blease, Sara Rigarre e Rupal Shah, nasce dallo scontro creativo tra l’antica ritualità clinica e la nuova compagnia digitale che ormai accompagna ogni paziente. Non si tratta solo di un’aggiunta tecnologica, ma di un nuovo ecosistema comportamentale in cui il terzo attore, l’intelligenza artificiale, entra silenziosamente in stanza e pretende attenzione, ridefinendo ruoli, linguaggi, aspettative e responsabilità.
Il punto che gli autori sollevano con una lucidità senza fronzoli è che immaginare di governare tutto questo tramite regolazione è come tentare di arrestare l’alta marea con un cucchiaino. La governance sanitaria serve, certo, ma non potrà mai contenere l’infinita inventiva dei pazienti che sperimentano ogni piattaforma disponibile. La realtà è che il mercato delle soluzioni AI avanza in modo troppo rapido perché un regolatore possa stabilire, da solo, cosa sia giusto adottare in ogni situazione. Molto più interessante è comprendere che la dinamica dell’AI medico paziente si svilupperà nei prossimi anni attraverso l’uso quotidiano e non attraverso decreti in PDF.
Il dato più sorprendente ricordato dagli autori è il recente sondaggio su oltre mille medici di base nel Regno Unito in cui un quarto afferma di usare sistemi generativi per compiti clinici, mentre il novantacinque percento ammette di non aver mai ricevuto alcuna formazione. Un dettaglio che farebbe sorridere se non fosse un segnale chiaro di quanto la tecnologia sia già profondamente radicata nella routine clinica. L’improvvisazione digitale è diventata il laboratorio più grande del mondo e nessuno lo sta davvero orchestrando. È la fase più vulnerabile ma anche più fertile, quella in cui si accumulano intuizioni preziose che rischiano di disperdersi se non costruiamo infrastrutture adeguate per raccoglierle.
Accade infatti che sanità pubblica e istituzioni, prima o poi, tenteranno di standardizzare piattaforme, provider, flussi di utilizzo e modelli linguistici. Lo faranno per ragioni economiche, di sicurezza e di responsabilità. Ma nel momento in cui decideranno quali strumenti adottare, congeleranno per anni il modo in cui clinici e pazienti interagiranno con l’AI. È qui che il concetto di triadic care acquista una rilevanza strategica, quasi geopolitica. La finestra temporale in cui professionisti e comunità cliniche possono agire attivamente per influenzare queste scelte è stretta. Dopo, ci ritroveremo semplicemente a gestire le conseguenze di scelte fatte da altri, spesso da aziende che non hanno come priorità il benessere relazionale del rapporto medico paziente.
La proposta degli autori è radicale nella sua apparente semplicità. Serve una partecipazione attiva dei professionisti nella definizione dei paradigmi di design delle piattaforme sanitarie prima che si cristallizzino. Non basta compilare una survey aziendale o lamentarsi durante un congresso. Occorre chiedere, pretendere e soprattutto dimostrare cosa significhi un’interfaccia realmente utile alla cura. Una curiosità che merita attenzione è che molti designer di AI si avvicinano allo spazio clinico come se fosse una disciplina perfettamente razionale. La clinica invece vive di ambiguità, percezione, intuizione e dialoghi imperfetti. Tradurre tutto questo in un’interfaccia richiede molto più che una buona UX.
Gli autori citano il lavoro di Taylor e l’appello di Kohane e Manrai per un progetto dedicato ai valori umani. Tuttavia fanno notare un punto essenziale. I valori non sono un decalogo inciso nel marmo. Nella professione medica si evolvono con il confronto quotidiano, con i dilemmi, con le inevitabili tensioni tra incertezza scientifica e fragilità umana. Forzare un’AI ad allinearsi a una tavola di valori fissa sarebbe come costringere un organismo vivente a non crescere. Il cuore della triadic care deve invece favorire la riflessione continua, la riformulazione e l’adattamento reciproco tra tecnologia e comunità professionale.
Per raggiungere questo obiettivo serve tinkerability, cioè la possibilità per i professionisti di modellare, testare e riconfigurare le piattaforme. Una funzionalità che oggi è lontana dalla maggior parte dei sistemi clinici, spesso rigidi, chiusi e pensati più per soddisfare criteri di compliance che per supportare la creatività medica. Immaginare clinici che possano decidere i livelli di incertezza da mostrare, il tipo di ragionamento da esporre o le priorità informative significa restituire loro quella autonomia cognitiva che molte soluzioni digitali hanno lentamente eroso.
Esiste poi il nodo della sensibilità clinica, quel misto di intuizione, esperienza e capacità di cogliere segnali sottili che precede la riflessione analitica. Per troppo tempo i sistemi informatici in sanità hanno cercato di ridurre il carico cognitivo dei professionisti semplificando tutto. Il risultato è stato l’impoverimento dell’attenzione situazionale. Il concetto di triadic care ribalta la logica. L’AI deve sostenere la complessità, non attenuarla. Deve amplificare la consapevolezza clinica invece di ridurla a checklist.
Infine gli autori sottolineano il principio della co evoluzione. Né la tecnologia deve adattarsi ciecamente all’esistente né i professionisti devono sottomettersi all’automatismo del sistema. L’evoluzione deve essere reciproca. In questa danza, la governance sanitaria deve avere la saggezza di non ostacolare il processo con regole rigide, ma di creare spazi sicuri di sperimentazione.
La parte più intrigante della loro analisi è un monito implicito. Se non agiamo ora, perderemo l’occasione di plasmare le AI cliniche del futuro affinché sostengano davvero la relazione di cura. Quando le piattaforme verranno standardizzate, lo faranno nel nome dell’efficienza o del risparmio, non necessariamente della qualità relazionale. L’AI medico paziente rischierà allora di diventare una relazione a due in cui il medico parla con il sistema e il paziente osserva da spettatore. È un futuro possibile ma decisamente indesiderabile.
Il dibattito sulla triadic care apre una riflessione più ampia. La comunità clinica ha più potere di quanto creda. La storia delle tecnologie dimostra che gli utenti professionali possono influenzare profondamente il design quando intervengono in modo strategico nei momenti chiave. Forse il paradosso più ironico di questa fase è che mentre il mondo discute di governance sanitaria, la vera linea del fronte si trova nel comportamento quotidiano di migliaia di clinici che sperimentano strumenti generativi senza alcun quadro formativo. Sono loro i veri pionieri inconsapevoli, gli autori di una fase di apprendimento collettivo che merita di essere catturata, analizzata e valorizzata prima che vada perduta.
Il futuro della triadic care dipenderà dalla capacità di trasformare questo periodo di improvvisazione in una nuova architettura della cura. Non un trono digitale per la macchina né un nostalgico ritorno alla medicina paternalistica, ma un ecosistema in cui la tecnologia amplifica l’intelligenza condivisa tra medico e paziente. È un obiettivo ambizioso, forse persino utopico, ma è proprio dalle utopie ragionate che nascono le migliori innovazioni.
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