Immaginate di entrare in un’arena digitale dove da un lato c’è un continente intero che cerca di domare il caos online con regole ferree e dall’altro un miliardario che brandisce la libertà di espressione come uno scudo a stelle e strisce. È lo spettacolo che si è consumato questa settimana, con la Commissione Europea che ha calato la mannaia su X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk, comminando una multa da 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea che mira a creare un ambiente online più sicuro e trasparente, contrastando i contenuti illegali e la disinformazione e proteggendo i diritti fondamentali degli utenti, con l’obiettivo, tra le altre cose, di regolare il Far West dei social. Non è solo una questione di soldi perché, diciamolo francamente, 120 milioni di euro per il patrimonio di Musk sono poco più di una mancia. Qui stiamo parlando di visioni del mondo opposte: da un lato l’Europa che scommette sulla responsabilità condivisa, dall’altro l’America di Trump, con il suo spirito MAGA, che difende l'”anarchia digitale” come baluardo contro ogni tipo di interferenza. E mentre Bruxelles celebra un primo passo, colpendo il mancato rispetto delle disposizioni stabilite nel DSA, la ritorsione arriva sotto forma di un account pubblicitario chiuso: un gesto che sa di ripicca, ma che illumina le crepe di un Atlantico sempre più diviso.
La storia inizia quasi due anni fa, quando la Commissione ha aperto un’inchiesta su X, sospettando che la piattaforma non stesse facendo abbastanza per arginare contenuti illegali, disinformazione e tutte quelle attività che possono trarre in inganno gli utenti. Il DSA, entrato in vigore nel novembre 2022 e applicabile sin da agosto 2023 alle piattaforme di grandi dimensioni, non è un capriccio burocratico: è una rivoluzione pensata per obbligare i giganti tech a essere trasparenti sui loro algoritmi, a tutelare i diritti fondamentali degli utenti attraverso regole più chiare su moderazione, pubblicità e gestione dei rischi, a contrastare i contenuti illegali e la disinformazione in un contesto digitale dove troppo spesso odio e fake news vengono amplificate.
Dopo un’indagine tortuosa, segnata da resistenze e rinvii, l’annuncio è arrivato il 5 dicembre: tre sanzioni distinte, per un totale di 120 milioni, che colpiscono X su punti nevralgici. La prima, da 45 milioni, punisce il sistema della spunta blu, quel marchio di verifica che ora chiunque può comprarsi per otto dollari al mese, senza che Musk & Co. controllino se dietro c’è un bot, un truffatore o comunque un profilo inaffidabile. La seconda, 35 milioni, riguarda l’opacità dell’archivio pubblicitario: X non ha fornito dati sufficienti per tracciare campagne sospette, come quelle usate in attacchi ibridi o truffe, rendendo più complicato per le autorità smascherare minacce nascoste. La terza, la più salata di 40 milioni, accusa la piattaforma di aver negato ai ricercatori l’accesso a dati pubblici essenziali per studiare pattern di disinformazione, un muro peraltro che, ironia della sorte, va proprio contro lo spirito “aperto” che Musk predica per il suo “everything app”.
Ma ecco il colpo di scena che ha infiammato il dibattito transatlantico: prima ancora che l’inchiostro dell’annuncio si asciugasse, X ha risposto chiudendo l’account pubblicitario della Commissione Europea stessa. A confermarlo è stato Nikita Bier, Head of Product di X, che in un post ha spiegato la scelta come una reazione della piattaforma il cui motto è ‘”uguaglianza di voci per tutti” all’atteggiamento dell’UE che, a suo dire, “sembra pensare di essere al di sopra delle regole”.
Attenzione: non si tratta del profilo principale della Commissione, quello di @EU_Commission continua a twittare indisturbato, ma dell’account dedicato alle ads, terminato con un secco “Your ad account has been terminated”. Una mossa che sa di ritorsione calcolata: l’UE infatti aveva appena pagato per promuovere la notizia della multa su X.
A Washington la reazione è stata un coro di indignazione MAGA, con figure come il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio a guidare la carica. Vance ha accusato Bruxelles di volere “censura imposta” su X, mentre Rubio ha bollato la multa come un “attacco straniero contro le piattaforme americane e il popolo USA”, giurando che “i tempi della censura online degli americani sono finiti”.
È il refrain di un’amministrazione Trump 2.0 che vede nel DSA una minaccia esistenziale alla sovranità digitale degli Stati Uniti e un’Europa percepita non come alleata ma come regolatore invadente che frena l’innovazione made in Usa. Dall’altro lato dell’oceano, la vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen ha replicato con fermezza: “Si tratta di trasparenza, non di censura”, sottolineando che le regole DSA si applicano a chiunque operi in Europa, big tech americane comprese. E ha annunciato che per Bruxelles non è finita qui: sono in arrivo altre indagini e altre decisioni nei prossimi mesi.
Uno scontro che non è solo burocrazia: è un duello ideologico che tocca il cuore della nostra era digitale. L’Europa, con il suo approccio inclusivo, punta a un web responsabile dove la libertà non sia sinonimo di impunità, protetto da un ombrello normativo in grado di bilanciare profitti e diritti umani. Gli Usa di Trump, invece, celebrano un laissez-faire selvaggio, dove X diventa il baluardo del “free-speech”, anche se significa tollerare spunte blu vendute al miglior offerente o ads opache che alimentano caos e disinformazione.
Una vicenda questa che ci invita a riflettere su chi detterà le regole del nostro futuro online: il Vecchio Continente che tesse reti di compliance e regulation o il Nuovo Mondo che sventola la bandiera della disruption più assoluta? In poche parole, riuscirà Bruxelles a imporre un po’ di ordine nel caos o finirà per rendere ancora più profonda la frattura con le big tech spingendole verso orbite ancora più inammissibili per il sentiment europeo? Una domanda che, in un’era di AI, di uso dei dati di addestramento degli LLM, di deepfake e disinformazione, non potrebbe essere più urgente.