Benvenuti, viandanti del settimo giorno, in questa radura dove le notizie si intrecciano con sortilegi, e le parole acquistano la spregiudicata ostinazione dei falchi che sorvolano le torri degli antichi regni.

Ora, mentre il vento scuote i drappi delle torri, aleggia un’altra storia di fuoco e ambizione. Nei saloni di cristallo dove si forgiano gli ingranaggi dell’intelligenza artificiale, Sam Altman ha proclamato un codice rosso, un allarme che ha fatto tremare le finestre della Fortezza OpenAI. Quel codice rosso ricorda gli antichi segnali lanciati nell’universo di Star Trek, quando l’Enterprise fuggiva per un soffio dalle sue stesse leggende. A volte però appariva ammaccata, sputacchiando scintille come un drago stremato dopo un duello.

Su questo piano di realtà, il codice rosso non risuona per un attacco alieno, ma per un cambiamento di era. L’astro di OpenAI non domina più il cielo come un tempo, e la sua rotta sembra disturbata dalla spinta gravitazionale di Gemini 3, il nuovo colosso forgiato dai maghi di Google. ChatGPT, un tempo cavallo alato che solcava l’aria a ritmo di meraviglia, ora sembra un po’ impolverato rispetto alla creatura lucente ideata dagli ingegneri di Mountain View, i quali hanno attirato su Gemini decine di miliardi come se fossero richiami di sirene digitali.

Sam Altman conserva comunque l’aura erratica dei maghi che non hanno mai imparato a fare un incantesimo due volte di seguito nello stesso modo. Pare passi da un’idea all’altra come un illusionista che cambia mantello a ogni giro di scena. Giovedì i corvi di messaggeria hanno riferito che avrebbe meditato di costruire razzi, forse per dare una stoccata a un altro signore del cielo, Elon Musk. Il duello tra visionari è la danza preferita delle epoche moderne, e Altman non sembra stanco di aggiungere nuovi giocattoli al suo arsenale: hardware, automi, botteghe di commercio, mercati di ogni sorta. Le sue fantasie crescono come rampicanti che non conoscono la parola limite. Una redazione dovrebbe assoldare qualcuno che documenti soltanto le sue idee più bizzarre. Quella persona vivrebbe felice, con la certezza di non avere mai giornate uguali.

La leggerezza di Altman si coglie anche in un suo video, divenuto oggetto di culto, dove cucina un piatto di pasta e si lascia sfuggire una quantità d’aglio che, secondo certe leggende, sarebbe sufficiente ad abbattere un piccolo clan di vampiri. La scena ricorda gli apprendisti stregoni che prendono sottogamba la potenza delle pozioni e si ritrovano circondati da creature imbarazzate.

Il problema è che, in questo momento storico, la leggerezza non basta. Per competere con i maghi di Google serve disciplina, concentrazione, una scelta consapevole di campi d’azione dove i propri incantesimi non vengano immediatamente replicati dagli avversari. Il ciclo di rilasci di modelli più grandi e potenti è diventato una giostra che gira troppo veloce perfino per chi la controlla. Altman rischia di rimanere incastrato su quella giostra, incapace di scendere.

La via più sensata sarebbe scegliere qualche applicazione concreta, utile davvero agli esseri umani, e non già padroneggiata da Gemini 3. Richiederebbe una rinuncia alle frivolezze, agli esperimenti estetici come i video di scarto o le generazioni di immagini ammiccanti che oggi divertono, ma domani sembrano reliquie di un pomeriggio sprecato. La differenza la faranno le scelte ponderate, non l’ennesimo fuoco d’artificio.

Altrove, nelle terre dei grandi studios, Netflix sta corteggiando con un borsello colmo di monete la fortezza di Warner Bros. Il prezzo è titanico, e Martin Peers considera la mossa un errore colossale. L’aspetto più curioso è la clausola di cinque miliardi che Netflix sarebbe pronta a perdere se il patto svanisse come nebbia al mattino. Una cifra enorme, ma che potrebbe valere quanto un incantesimo di protezione contro la risalita di altri contendenti come Paramount. I nuovi prezzi che nascerebbero da un’alleanza del genere farebbero sembrare la ricompensa di Squid Games una borsetta di rame.

In un’osteria del regno digitale, intanto, MrBeast sta progettando una fintech. Immaginate la scena: vinci una sfida impossibile tra vermi e pozzi fangosi, e ricevi immediatamente il pagamento attraverso un deposito diretto marchiato MrBeast. L’epoca dello spettacolo non conosce confini.

Tra le vele che solcano l’oceano delle eccentricità spicca anche un apparecchio acustico incantato, amato tanto dai milionari quanto dagli attori erranti. Henry Kravis e Steve Martin, uniti da questo piccolo talismano che sussurra suoni più nitidi della realtà stessa, sono diventati testimonial inconsapevoli di una tecnologia che sembra uscita dalle botteghe degli gnomi di montagna.

Nelle sale del Senato, Jared Isaacman ha cercato di convincere i saggi dell’assemblea di essere indipendente dall’ombra di Musk. Ha sottolineato che nessuna immagine li ritrae insieme, come se i moderni oracoli non potessero sintetizzarne una in pochi battiti di ciglia usando Nano Banana, la creatura digitale di Google. La sua difesa è apparsa goffa, quasi comica, come i cavalieri che cercano di dimostrare la propria innocenza puntando l’indice contro un drago immaginario.

Nel frattempo, Ashlee Vance, un tempo cronista affabile della vita di Elon Musk, si è vista svanire davanti un adattamento televisivo già opzionato. La rete ha abbandonato il progetto, ma Vance è convinto che troverà un nuovo santuario narrativo, forse presso streamer desiderosi di attirare il favore dei clan più conservatori.

Neppure Eric Schmidt sembra rialzare lo sguardo verso il futuro. Il suo pessimismo nei confronti dell’intelligenza artificiale continua a serpeggiare come una maledizione strisciante. E mentre i dibattiti scorrono nelle accademie più prestigiose, un eccesso di accomodamenti per gli studenti con disabilità ha trasformato un nobile ideale in una commedia dell’assurdo. A Stanford quasi quattro studenti su dieci dichiarano di avere una disabilità, tanto che il professor Paul Graham Fisher ha confessato di sentirsi vicino alla resa, temendo il giorno in cui la metà degli iscritti richiederà gli stessi privilegi.

Così scorrono le cronache di questa settimana, in un regno dove le notizie hanno la tendenza a trasformarsi in leggende e le leggende in nuove domande, mentre le intelligenze artificiali si comportano come draghi adolescenti desiderosi di conquistare il cielo, e gli umani cercano di capirne il linguaggio. Chi osa leggere queste pagine sa che, dietro ogni paragrafo, si nasconde un altro mistero dei regni digitali.