Non finiscono i guai per Perplexity. Dopo la battaglia legale con il New York Times negli Stati Uniti, la società americana si ritrova ora a difendersi anche davanti al Tribunale Civile di Roma, dove ha preso forma la prima causa italiana per violazione di copyright legata all’intelligenza artificiale. Una coincidenza temporale che assomiglia più a un cambio di stagione che a un semplice episodio giudiziario. E che racconta, ancora una volta, quanto velocemente il fronte dei media stia reagendo all’avanzata dei modelli generativi.
RTI e Medusa Film, due colonne del gruppo Mediaset, hanno depositato un’azione legale che punta il dito contro l’uso su larga scala di contenuti audiovisivi e cinematografici che, secondo le società, sarebbero stati assorbiti dai sistemi di Perplexity senza alcuna autorizzazione. È un’accusa che non lascia molto spazio all’interpretazione e che si muove lungo lo stesso filo conduttore già visto oltreoceano: ciò che finisce nei motori dell’AI, sostengono gli editori, deve essere regolato, riconosciuto e soprattutto remunerato.
Il ricorso presentato dalle due aziende italiane chiede al giudice non solo di sancire l’illiceità della condotta, ma anche di impedire qualsiasi ulteriore utilizzo dei materiali protetti. A questo si aggiunge la richiesta di un risarcimento danni e l’applicazione di una penale giornaliera per eventuali violazioni future, un segnale chiaro di quanto il settore audiovisivo percepisca urgente la definizione di un perimetro normativo per l’uso dei propri contenuti nell’addestramento dei modelli generativi.
Se negli Stati Uniti la disputa tra il New York Times e Perplexity mette in discussione il futuro della circolazione delle notizie, in Italia il caso RTI Medusa apre per la prima volta un fronte sul valore delle immagini, dei film, delle serie e di quella parte di cultura popolare che vive essenzialmente nel linguaggio visivo. È un’estensione naturale del dibattito che accompagna la crescita dell’AI: quando un modello impara, cosa può assorbire liberamente e cosa invece ricade nella sfera dei diritti tutelati da legge?
È proprio qui che la causa italiana si lega a quella americana, come due capitoli dello stesso romanzo. Il mercato dell’informazione da un lato e quello dell’audiovisivo dall’altro stanno tracciando un sentiero comune per dire che la tecnologia non può crescere ignorando i legittimi proprietari dei contenuti che la alimentano. Le aziende creative, grandi o piccole che siano, stanno chiedendo con decisione di essere parte integrante del futuro digitale, non semplici fornitori involontari di materia prima.
Il procedimento romano potrebbe così diventare un riferimento non solo per l’Italia ma per tutta l’Europa, dove l’attenzione ai diritti digitali è già parte di un dibattito maturo e destinato a intensificarsi.
E mentre Perplexity si trova ad affrontare questo nuovo fronte legale, il settore dei media osserva con crescente interesse una vicenda che potrebbe definire le regole del gioco per anni. Perché se è vero che l’intelligenza artificiale rappresenta il prossimo orizzonte dell’innovazione, è altrettanto chiaro che quel viaggio non dovrebbe prescindere dal rispetto del patrimonio creativo che la rende possibile.