C’è un momento, durante ogni rivoluzione tecnologica, in cui l’umanità si ferma un istante, guarda la novità negli occhi e pronuncia le parole più antiche del mondo: “Sì, ma questa… è davvero arte?”. È successo con la fotografia, con il cinema e perfino con la stampa: l’invenzione di Gutenberg fu all’inizio avversata da tutti coloro che temevano l’apertura del sapere a un pubblico più vasto. Lo stesso succede oggi con l’intelligenza artificiale.
Al convegno sull’Etica dell’Intelligenza Artificiale organizzato dall’Università Roma Tre lo scorso 4 dicembre, in occasione della sessione dedicata al rapporto tra AI e Arte, l’aria era quella delle grandi prime teatrali: un misto di aspettativa, un po’ di ansia e parecchi pregiudizi ben stirati. Il primo a prendere la parola è stato Francesco d’Isa, artista visivo e filosofo, che ha introdotto un concetto dal nome irresistibile: AI Slop.
Slop: la poesia involontaria della mediocrità
“Slop” è una parola che suona come qualcosa che non vorresti trovare nel tuo piatto né nella tua timeline. Perché è proprio questo: lo scarto, il rumore di fondo, la produzione massiva di immagini e testi generati dall’AI senza particolare cura.
La definizione culturale più lucida arriva da Deni Ellis Béchard, che su Scientific American ha spiegato che ogni rivoluzione mediale produce tonnellate di “spazzatura creativa”. A pensarci bene è una legge quasi naturale: dove arriva la democratizzazione tecnologica, arrivano anche i contenuti mediocri.
La buona notizia? La mediocrità non è colpa delle macchine. Il tema vero è che quando un nuovo strumento finisce nelle mani di tutti, tutti lo usano. E, lo diciamolo con affetto, non siamo proprio tutti dei Caravaggio o dei Cartier-Bresson.
Eppure siamo molto più severi con l’AI che con noi stessi. La chiamiamo “slop”, mentre i nostri vecchi album pieni di foto fuori fuoco, tagliate e sgranate li chiamiamo “ricordi”.
Baudelaire: l’antenato degli haters dell’AI
Per capire il dibattito di oggi, ricorda Francesco d’Isa, basta pensare che Baudelaire (sì, proprio lui) definì la fotografia “follia industriale”, “idiozia della massa”, “l’officina degli artisti mancati”.
Per lui, riprodurre la realtà non era arte e chi lo faceva non era un artista ma un esimio espulso dalle accademie. Suona familiare, vero? Oggi nessuno oserebbe dire che Sebastião Salgado, Richard Avedon o Annie Leibovitz non siano artisti. Eppure ogni epoca ritrova lo stesso copione: il nuovo medium deve passare per la pubblica umiliazione prima di essere ammesso al tavolo dell’arte.
E l’AI si trova esattamente in questo passaggio: è la fotografia del 1859, il cinema del 1915, il digitale del 1990. Un’arte che non doveva esistere e che, forse, proprio per questo, sta già esistendo.
AI: autore, strumento o nuovo medium?
Il filosofo Enrico Terrone dal canto suo, ha offerto tre possibili identità per l’AI nella creazione di immagini: l’AI come autore, l’AI come strumento e l’AI come medium.
La prima visione è quella di valutare se un programma di AI generativa, ad esempio Midjourney, possa essere visto come un artista o un coautore. Una prospettiva che, dal suo punto di vista, si rivela insoddisfacente, perché Midjourney è privo di intenzionalità. Non ha coscienza, un vissuto, non sogna, non soffre, non ama. E questo, nell’arte, conta.
La seconda considerazione è se l’AI possa essere considerata uno strumento, al pari di una fotocamera, un pennello o un sintetizzatore. In fondo l’artista è chi decide, chi seleziona, chi immagina. Da questo punto di vista l’AI è un mezzo potente, ma non autonomo, anche se l’imprevedibilità tipica dello strumento e il controllo comunque sempre non totale sugli elaborati portano Terrone ad abbracciare un’altra prospettiva. Quella dell’AI come medium, l’AI come nuova forma espressiva, con un proprio linguaggio di glitch, metamorfosi, pattern visivi mai esistiti prima. Un territorio estetico non imitativo, ma derivativo e ricombinatorio.
Non fotografia, non pittura, non disegno quindi ma qualcosa di nuovo, e proprio per questo difficile da nominare.
Il prompting come gesto etico
Da tutt’altra prospettiva invece la riflessione di Veronica Neri, studiosa di etica della comunicazione che parte da Margaret Boden, pioniera degli studi sulla creatività computazionale. Qui la questione si fa sorprendentemente morale.
La filosofa Margaret Boden sostiene che il prompting non è solo un gesto tecnico: è una scelta di visibilità. Decidere cosa chiedere alla macchina significa decidere cosa rendere immaginabile. E ogni immaginario è una presa di posizione.
Ma Neri va oltre: l’iper-realismo dell’AI non si limita a imitare la realtà, tende a sostituirla, a confondersi con essa. Eppure, in modo paradossale, la creatività non viene soffocata. Anzi: viene amplificata.
Non più opera del singolo, ma originalità collettiva, stratificata, plurale. L’artista non è più un solista: è un direttore d’orchestra che guida un coro composto da miliardi di immagini del passato e milioni di parametri.
Allora l’AI è Arte o No? (spoiler: è una domanda sbagliata)
La storia dell’estetica ci ricorda che le rivoluzioni artistiche nascono sempre tra le polemiche.
L’impressionismo era un insulto.
Il cinema un passatempo per fiere.
La fotografia una minaccia alla pittura.
La pittura astratta, una ribellione senza senso.
Eppure, eccole qui: colonne portanti della cultura contemporanea. L’AI segue lo stesso percorso: tanti esperimenti mediocri, pochi capolavori sorprendenti. Come sempre.
Forse l’AI non ucciderà l’arte. Forse la libererà dalla nostra idea di arte come qualcosa di raro, elitario, inarrivabile. E magari è proprio questo il punto: il nuovo ci spaventa perché riflette la nostra mediocrità, non quella della macchina.
E allora la domanda corretta non è più se “l’AI può fare arte?” ma piuttosto “Cosa possiamo fare noi, adesso che l’AI esiste?”
È una domanda estetica, certo.
Ma anche filosofica, etica, politica, umana.
Quello che dobbiamo comprendere è che siamo davanti a un nuovo medium, con nuovi problemi, nuove etiche, nuove possibilità. Da questo punto di vista, l’AI è una nuova avanguardia: imperfetta, caotica, rumorosa. Esattamente come tutte le avanguardie quando nascono.
E forse, alla fine di questo viaggio tra paure antiche e promesse future, mi è venuta voglia di sporcarmi le mani anche io. Così ho fatto quello che ogni critico prima o poi deve tentare: mi sono calato nei panni dell’artista che dialoga con l’AI.
L’immagine di copertina che accompagna questo articolo nasce proprio da quell’esperimento. L’ho intitolata con un pizzico di presunzione e molta curiosità: “Panorama Urbano”. Un piccolo omaggio alla possibilità, del tutto umana, di usare una macchina non per sostituirci, ma per vedere un po’ più lontano.