L’intelligenza artificiale nelle imprese italiane non è più un esperimento da laboratorio né un vezzo da innovatori precoci. Secondo l’indagine Istat 2025, l’adozione di soluzioni di AI è raddoppiata in un solo anno, raggiungendo il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti. Un dato che segna un’accelerazione netta rispetto al 2024 (8,2%) e che racconta un sistema produttivo che, con passo misurato ma deciso, ha iniziato a muoversi. Attenzione però: non siamo ancora in una rivoluzione. Piuttosto in una evoluzione controllata, fatta di entusiasmo, cautela e una buona dose di fogli Excel ancora molto amati.
Grandi imprese avanti, PMI all’inseguimento
Come spesso accade quando si parla di tecnologia, la dimensione conta. E parecchio. Nelle aziende con oltre 250 addetti, l’adozione dell’AI supera il 53%, le imprese con 100–249 addetti, si attestano al 30%, mentre le PMI più piccole, sia pure facendo dei passi avanti, restano sotto il 15%.
Il messaggio è chiaro: dove ci sono risorse, competenze e strutture organizzative più solide, l’intelligenza artificiale trova terreno fertile. Nelle PMI, invece, l’AI viene osservata con interesse, testata a piccoli passi e spesso rimandata “al prossimo budget”. Non è resistenza culturale, ma realismo operativo.
Nord e Sud: la geografia dell’AI resta quella dell’economia
Anche sul fronte territoriale, l’AI non fa miracoli e segue la mappa tradizionale dello sviluppo economico italiano:
- Nord Ovest: 19,3% di imprese adottanti
- Nord Est: 17,6%
- Centro: 15,2%
- Sud e Isole: 12,2%
Il divario resta evidente. L’intelligenza artificiale accelera dove l’ecosistema industriale, universitario e infrastrutturale è già maturo. Altrove arriva, ma più lentamente, spesso frenata dalla mancanza di competenze e da investimenti più cauti.
Il confronto con l’Europa
Nel confronto europeo, l’Italia migliora la posizione ma resta 18ª su 27 Paesi UE. Un piazzamento che dice due cose contemporaneamente: l’adozione dell’AI nelle aziende cresce ma gli altri Paesi corrono più velocemente di noi. La Germania è al 26%, la Spagna al 20,3% e la Francia al 18,2%. In testa restano i Paesi del Nord Europa, dove l’adozione dell’AI supera il 30/40%. Non tanto per moda tecnologica, quanto per una combinazione di politiche industriali stabili, competenze diffuse e minore paura del cambiamento.
A cosa serve l’AI nelle imprese italiane
L’indagine Istat racconta anche come viene usata l’AI, e qui emerge un tratto molto italiano: pragmatismo. Le applicazioni più diffuse riguardano infatti software gestionali e automazione dei processi, analisi dei dati e supporto alle decisioni, marketing e comunicazione, logistica e pianificazione, cybersecurity e manutenzione predittiva. Diciamo quindi meno entusiasmo, almeno per ora, per l’AI “spettacolare” e più attenzione all’AI che fa risparmiare tempo, riduce errori e migliora l’efficienza. In sintesi: meno fantascienza, più fatturato.
Le vere barriere: competenze e privacy
Se l’AI cresce lentamente, non è per mancanza di soluzioni. È per mancanza di persone che sappiano usarle. Le principali barriere segnalate dalle imprese sono l’assenza di competenze interne (oltre il 58%), l’incertezza sulle implicazioni legali, le preoccupazioni su privacy e protezione dei dati e, non da ultimo, le difficoltà di integrazione con i sistemi esistenti. In pratica, la tecnologia è pronta. Le aziende, in molti casi, stanno ancora studiando il manuale di istruzioni.
In ultima analisi quindi il quadro che emerge dall’indagine Istat è piuttosto chiaro: l’intelligenza artificiale è entrata nelle imprese italiane per restarci, ma lo fa con lo stile tipico del Paese. Un passo alla volta, evitando strappi, testando prima di scalare. Non è un limite? Forse. Sicuramente è una strategia di sopravvivenza in un sistema produttivo fatto di PMI, filiere complesse e margini spesso ridotti.