C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel guardare il 2025 a posteriori. Non perché sia stato un anno ricco di sorprese, ma perché ha confermato una legge non scritta della tecnologia globale: Google non muore mai, al massimo finge di arrancare mentre il regolatore guarda altrove. Le festività aiutano la nostalgia, certo, ma aiutano anche a mettere ordine nel rumore. E se c’è una storia che merita di essere raccontata con un sorriso cinico, è quella del clamoroso ribaltamento di Google nel 2025, tra antitrust, intelligenza artificiale e una capacità quasi artistica di uscire vincitori da processi che dovrebbero indebolirti.

All’inizio dell’anno la narrativa era chiara. Google era sotto assedio. Il processo antitrust sulla ricerca negli Stati Uniti prometteva rimedi strutturali, qualcuno sussurrava persino la parola breakup, e nel frattempo OpenAI con ChatGPT sembrava aver messo in discussione il dogma più sacro della Silicon Valley: che cercare informazioni su internet fosse sinonimo di digitare su Google. Per mesi, analisti e commentatori hanno descritto Mountain View come un gigante lento, appesantito, improvvisamente vulnerabile. Era una lettura affascinante. Era anche sbagliata.

Quando il giudice Amit Mehta ha emesso la sua decisione nel caso antitrust sulla search, imponendo requisiti sorprendentemente leggeri a Google, il mercato ha capito prima dei giornalisti cosa stava succedendo. L’ombra lunga dei chatbot AI, e in particolare di ChatGPT, ha giocato un ruolo chiave nel ragionamento del giudice. Se l’intelligenza artificiale conversazionale minaccia davvero il dominio della ricerca tradizionale, perché smontare oggi ciò che potrebbe essere superato domani. È il classico paradosso regolatorio: l’innovazione futura viene usata per giustificare la tolleranza presente.

Qui entrano in scena i teorici della cospirazione, che in tecnologia sbagliano spesso i dettagli ma colgono talvolta l’odore dell’aria. Prima la sentenza morbida, poi l’accelerazione improvvisa sull’AI. In quest’ordine. È difficile non notarlo. È ancora più difficile immaginare lo scenario inverso. Se Google avesse dominato apertamente l’AI generativa prima del verdetto, la tentazione di imporre rimedi molto più duri sarebbe stata irresistibile. La percezione del pericolo, in un’aula di tribunale, conta quanto i dati.

La domanda, quindi, è legittima anche se scomoda. Google ha deliberatamente rallentato la propria offensiva sull’intelligenza artificiale per non apparire troppo potente nel momento sbagliato. La risposta ufficiale è no, naturalmente. La risposta ufficiosa è più interessante. Google non ha bisogno di complotti quando ha tempo, capitale e una posizione di mercato che le consente di aspettare. Trattenere non significa essere indietro. Significa scegliere il momento.

Dopo la sentenza, la prudenza è evaporata. Gemini, che fino a quel momento sembrava un prodotto promettente ma distribuito con cautela, ha iniziato a comparire ovunque. L’integrazione diretta in Chrome non è stata una mossa tecnica, è stata una dichiarazione politica. Se controlli il browser più usato al mondo, controlli il funnel di adozione. Non serve convincere gli utenti. Basta esporli. È marketing strutturale, non pubblicità.

Il rilascio di Gemini 3 a novembre ha fatto il resto. Non perfetto, non rivoluzionario, ma solido, coerente, finalmente competitivo. Soprattutto, utilizzabile. In un mercato AI ancora ossessionato dalle demo, Google ha puntato sull’operatività quotidiana. Il risultato è stato un aumento tangibile dell’uso del chatbot e un cambio netto di percezione tra sviluppatori e imprese. L’AI di Google non era più una promessa eterna, ma un prodotto industriale.

Il mercato azionario, che raramente si lascia ingannare dalle narrazioni troppo emotive, ha premiato questa trasformazione senza esitazioni. A fine anno le azioni Google segnano un +62 percento, la migliore performance tra i grandi nomi della tecnologia secondo i dati Koyfin. Non è solo un rimbalzo. È un voto di fiducia. E, come spesso accade, è anche una sconfessione collettiva di chi aveva già scritto l’epitaffio.

Il contrasto con Meta Platforms è istruttivo. Se Google ha giocato di pazienza, Meta ha fatto l’opposto. Il 2025 doveva essere l’anno della consacrazione di Llama come alternativa open e potente ai modelli proprietari. Invece il rilascio di Llama 4 in primavera, dopo ritardi imbarazzanti, è stato accolto con un’alzata di spalle. Nessun salto percepito, nessun effetto wow. In un settore dove la narrativa conta quasi quanto le prestazioni, è stato un problema serio.

Mark Zuckerberg ha reagito come sa fare. Con una demolizione controllata. Ha smantellato il team di ricerca AI, ha aperto il portafoglio e ha iniziato una campagna di assunzioni aggressive per attrarre i migliori talenti sul mercato. Una strategia costosa, rumorosa e tipicamente americana. Il messaggio era chiaro: Meta non accetta di perdere. Il problema è che Wall Street non ama le promesse senza risultati immediati.

Quando Zuckerberg ha dichiarato in autunno che avrebbe continuato ad aumentare la spesa in conto capitale per l’AI anche nel 2026, il titolo ha reagito male. Non perché l’AI non sia importante, ma perché gli investitori hanno iniziato a temere un replay del metaverso. Grandi visioni, grandi spese, ritorni incerti. A fine anno Meta si ritrova con un +12,5 percento, una performance rispettabile ma lontanissima dai massimi estivi e, soprattutto, lontana dalla narrativa di dominio che Zuckerberg ama costruire.

Poi c’è OpenAI, l’elefante carismatico nella stanza. ChatGPT resta il chatbot più usato al mondo, il riferimento culturale dell’AI generativa. Ma il 2025 ha mostrato anche le sue fragilità. Questioni di governance, pressioni competitive, dubbi sulla sostenibilità economica di modelli sempre più costosi. Essere il primo è un vantaggio enorme, ma anche un bersaglio. OpenAI continua a guidare la conversazione, ma non più in solitaria.

Se il 2025 ha insegnato qualcosa, è che il settore dell’intelligenza artificiale è ancora in una fase pre-egemonica. Nessun vincitore definitivo. Nessun perdente irreversibile. Google ha dimostrato che si può recuperare terreno rapidamente se si controllano le piattaforme giuste. Meta ha dimostrato che il capitale senza tempismo è un’arma spuntata. OpenAI ha dimostrato che l’innovazione pura non basta quando il gioco si sposta sull’industrializzazione.

La parte più divertente, per chi osserva con distacco da CEO navigato, è che tutti continuano a parlare di disruption mentre i veri vantaggi competitivi restano gli stessi di vent’anni fa. Distribuzione, integrazione, controllo degli standard. L’AI cambia l’interfaccia, non la logica del potere. Google lo sa meglio di chiunque altro. E il 2025, più che l’anno della sua rinascita, è stato l’anno in cui ha ricordato al mercato una verità semplice e scomoda. Non era mai davvero scomparso. Stava solo aspettando.