Il 2025 è stato l’anno dell’entusiasmo inconsapevole. Abbiamo assistito a un’ondata di iniziative AI, ma troppo spesso realizzate senza una visione strategica chiara. L’esempio più evidente? La corsa ai chatbot. Quasi ogni organizzazione ne ha sviluppato uno, ma con risultati deludenti per tre ragioni fondamentali: non generano un impatto significativo sui processi aziendali; vengono inevitabilmente confrontati con le soluzioni commerciali, che migliorano a ritmo sostenuto; finiscono per gestire solo i task più banali.

Il risultato è che queste iniziative non hanno trasformato le organizzazioni in modo significativo. E nel 2026, per restare nella metafora, arriverà l’onda di ritorno.

Eppure i segnali di cosa funziona sono già visibili. Nel 2025 abbiamo visto startup come Lovable raccogliere round d’investimento straordinari in tempi brevissimi, proprio perché usano l’AI per affrontare problemi complessi, nel loro caso, il coding. La differenza sta nell’ambizione: non un chatbot generico, ma uno strumento che risolve un problema reale e difficile.

Le grandi organizzazioni, invece, faticano. McKinsey rileva che solo l’1% delle aziende può definirsi “AI mature”.

Nel 2026 la tecnologia continuerà a migliorare, ma senza un cambio di approccio il divario rischia di ampliarsi. Due ostacoli restano cruciali: la ricerca, ancora troppo scarsa in Italia, e le competenze, il vero freno che impedisce ai progetti AI di scalare all’interno delle organizzazioni.

Andrea Pescino, CEO e Stefano Sedola, Chief ricerca e programmi formativi di Fusion AI Labs