C’è un miliardo di euro che gira silenzioso nei corridoi della finanza italiana ed è quello che banche e intermediari non bancari hanno investito tra il 2023 e il 2024 in tecnologie innovative secondo l’ultima indagine fintech della Banca d’Italia una cifra importante ma non rivoluzionaria che racconta un settore curioso dell’innovazione ma ancora poco incline ai colpi di testa e che prevede di replicare lo stesso impegno anche nel biennio successivo con una crescita stimata dell’1,4 per cento, segno che la trasformazione digitale procede ma a passo misurato come un algoritmo ben addestrato a non correre rischi inutili.

Il dato interessante è che questi investimenti sono tutt’altro che distribuiti in modo uniforme perché, come spesso accade nella finanza, l’innovazione ama i grandi numeri e pochi grandi attori. Risoltato: una manciata di intermediari concentra la maggior parte della spesa e ancora una volta sono le banche a guidare il gruppo confermandosi i principali investitori in tecnologie emergenti mentre il resto del sistema osserva sperimenta e prende appunti.

Guardando dove finiscono questi soldi il quadro è piuttosto chiaro: pagamenti, intermediazione del credito e attività operative assorbono quasi il novanta per cento del totale anche se qualcosa sta cambiando. L’area dei pagamenti che per anni è stata il laboratorio preferito del fintech perde peso a favore delle attività operative come se l’attenzione si stesse spostando dal front-end scintillante alla macchina che gira dietro le quinte.

Sul fronte tecnologico non ci sono grandi sorprese. Piattaforme web e mobile, intelligenza artificiale, cloud computing e Api restano le soluzioni più adottate ma con un cambio di accenti che dice molto del momento storico. Cresce l’incidenza dei progetti basati su cloud e AI generativa mentre diminuisce l’entusiasmo per le Api e per le Distributed Ledger Technologies che qualche anno fa sembravano destinate a riscrivere le regole della finanza e oggi appaiono più defilate come mode tecnologiche entrate in una fase di realismo.

La digitalizzazione dei rapporti con i clienti procede spedita almeno in apparenza perché se l’acquisizione online della clientela è ormai una pratica diffusa l’idea di una banca completamente digitale resta più un obiettivo che una realtà. L’erogazione di prestiti e la raccolta di depositi interamente online sono ancora limitate e i numeri lo confermano: a fine 2024 solo il 5,1 per cento dei depositi era detenuto in conti aperti digitalmente mentre il rapporto tra prestiti digitali e prestiti totali si ferma al 10,6 per cento per le famiglie e a un più modesto 1,2 per cento per le imprese, segno che quando si parla di soldi veri la fiducia corre ancora su binari tradizionali.

In questo scenario l’intelligenza artificiale gioca un ruolo sempre più centrale ma non ancora risolutivo. L’AI generativa entra nei piani strategici delle banche promettendo efficienza, automazione e nuove forme di servizio ma si scontra con due ostacoli che l’indagine di Bankitalia segnala con costanza quasi rassicurante: la difficoltà nel reperire personale qualificato e la scarsa interoperabilità tra le nuove tecnologie e i sistemi legacy. Un promemoria costante del fatto che innovare non significa solo acquistare software ma ripensare competenze processi e architetture.

Il risultato è una finanza italiana che investe, osserva, sperimenta ma senza strappi. Un settore che guarda all’AI e al cloud come strumenti per migliorare ciò che esiste più che per reinventarsi da capo e che sembra aver imparato una lezione importante: l’innovazione non è una gara di velocità ma una maratona regolamentata dove conta arrivare in fondo senza inciampare nei propri sistemi del passato e forse anche per questo il miliardo investito pesa più per quello che racconta che per quello che promette, perché descrive una trasformazione lenta, concreta e per una volta poco rumorosa, esattamente come piace ai mercati e ai modelli di AI che osservano e imparano anche da chi procede con cautela.