Immaginate per un momento il Parlamento europeo come un elegante teatro dell’opera. Platea gremita, luci soffuse, tradizionale ritualità della democrazia rappresentativa. E ora immaginate la scena che cambia: sul palco, al posto dei commissari, compaiono Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai e l’immancabile Elon Musk, che naturalmente arriva in ritardo, forse perché con la sua Tesla non trovava parcheggio.
Ecco, secondo Marietje Schaake, ex parlamentare europea, docente a Stanford e autrice del folgorante libro “Il colpo di Stato delle Big Tech”, questa immagine non appartiene affatto alla fantascienza. È più un documentario. Un “dietro le quinte” del potere tecnologico che negli ultimi vent’anni ha superato in scioltezza quello degli Stati, portando avanti un colpo di stato gentile, elegante, incruento. E soprattutto redditizio.
Schaake lo chiama senza mezzi termini: una presa di potere. Le big tech hanno smesso di influenzare la politica per iniziare a sostituirla. Non hanno bisogno di voti, solo di utenti. Non hanno bisogno di territori, solo di dati. E non hanno bisogno di eserciti, perché dispongono della leva diplomatica più potente del secolo: l’infrastruttura digitale sulla quale viviamo tutti.
Il New Yorker l’ha definita una “critica incisiva”. Ma chi legge il suo libro si accorge subito che Schaake non è solo critica: è una testimone, quasi una sopravvissuta diplomaticamente alle incursioni delle big tech nelle istituzioni democratiche. Racconta riunioni in cui dirigenti delle piattaforme parlavano ai legislatori come se fossero tirocinanti, conversazioni in cui venivano spiegate le “soluzioni” dell’industria con il tono garbato con cui si redarguisce un bambino che non capisce come funzioni un touchscreen.

E, purtroppo, spesso avevano ragione: molti governi non capiscono davvero come funzionano queste tecnologie. Il risultato? Un dominio silenzioso che si è infiltrato ovunque. Dal riconoscimento facciale usato da forze dell’ordine e regimi autoritari, alle criptovalute che hanno vaporizzato i risparmi di migliaia di persone, fino allo spyware venduto praticamente a chiunque abbia un portafoglio sufficientemente pesante.
Il mercato digitale non regolamentato è diventato un buffet per autocrati, speculatori, governi ambigui e, in alcuni casi, persino democrazie distratte. E mentre tutto questo accadeva, i leader occidentali si interrogavano ancora sul colore delle copertine delle loro strategie digitali.
Eppure, qualcosa sta cambiando. In Europa, finalmente, ci si accorge che non basta parlare di innovazione come se fosse un unguento miracoloso da spalmare sulla competitività industriale. Schaake lo dice chiaro: serve immaginazione politica, non slogan.
La situazione è paradossale. L’UE è stata pioniera nel tentativo di stabilire regole: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act. Ma ogni volta che alza la voce, arriva puntuale l’offensiva delle lobby tecnologiche, che a Bruxelles hanno più uffici delle ambasciate africane e più personale di diversi ministeri nazionali. E quando non basta Bruxelles, c’è sempre Washington, dove le aziende del Silicon Valley dispongono di un arsenale di pressione politica che un tempo avremmo associato a potenze statali, non a società quotate in borsa.
In tutto questo, Schaake non è pessimista per professione, ma realista per necessità. Ci dice che la tecnologia non è mai neutrale, che i social non sono piazze pubbliche ma centri commerciali con ingressi automatici e telecamere ovunque, e che l’intelligenza artificiale non può essere lasciata in mano a chi ottimizza solo i rendimenti trimestrali.
Ironia della sorte, nel mentre ci preoccupiamo della Cina che usa le terre rare come arma geopolitica e del suo surplus commerciale che terrorizza Macron e innervosisce Berlino, ignoriamo la più grande risorsa strategica del XXI secolo: noi stessi, trasformati in dati e compattati in segmenti di mercato.
Le Big Tech non hanno bisogno di imporre embarghi. Basta un cambio di algoritmo per trasformare un settore economico in un deserto. Eppure, nonostante tutto questo, Schaake sostiene che sia ancora possibile invertire la rotta. Le democrazie possono tornare protagoniste, ma devono smettere di credere di essere ospiti gentili e iniziare a comportarsi come proprietarie di casa.
Il punto, alla fine, è semplice e brutale: se i governi non controlleranno la tecnologia, sarà la tecnologia a controllare i governi. E a quel punto, come dice Schaake, non parleremo più di libertà digitali ma di libertà, punto.
Questa è la nostra epoca. Tra colpi di stato silenziosi, algoritmi troppo intelligenti e parlamenti un po’ meno, serve una nuova consapevolezza. E soprattutto serve che tutti noi, prima di cliccare “accetto” senza leggere per la smania di andare avanti, iniziamo a chiederci chi ha scritto quelle regole, e perché. Perché se il futuro sarà scritto in linguaggio macchina, almeno assicuriamoci che sia ancora un linguaggio umano a decidere cosa deve fare quella macchina.
