C’è un nuovo partecipante nella chat di WhatsApp e questa volta non manda sticker né vocali lunghi tre minuti ma un provvedimento ufficiale con carta intestata dell’Antitrust italiana che chiede a Meta di fare un passo indietro sull’intelligenza artificiale integrata nella sua app di messaggistica più popolare. La storia inizia a marzo 2025 quando WhatsApp inizia ad accogliere i suoi utenti con un invito gentile ma piuttosto insistente, “Chiedi a Meta AI” accompagnato da un cerchio blu che sembra dire tranquilli ci penso io. Da quel momento l’assistente virtuale di casa Meta diventa parte dell’esperienza quotidiana di milioni di italiani trasformando la chat in un luogo dove oltre a scrivere ai nostri contatti possiamo anche interrogare un chatbot proprietario.

Il problema secondo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato non è tanto la presenza di Meta AI quanto l’assenza forzata degli altri. A luglio 2025 l’Antitrust apre un’istruttoria per presunto abuso di posizione dominante e qualche mese dopo alza ulteriormente il volume della conversazione scoprendo le nuove condizioni contrattuali che da gennaio 2026 avrebbero escluso del tutto dalla piattaforma WhatsApp le imprese concorrenti di Meta AI. Tradotto in linguaggio meno istituzionale vuol dire se vuoi fare AI su WhatsApp o sei Meta o te ne devi andare.

Meta ovviamente non ci sta e risponde con tono deciso definendo il provvedimento infondato e annunciando ricorso. Dal quartier generale arriva una spiegazione tecnica che suona più o meno così: i chatbot di intelligenza artificiale sulle Business API hanno messo sotto pressione sistemi non progettati per questo tipo di utilizzo e, soprattutto, si contesta l’idea che WhatsApp sia una sorta di app store mascherato. Secondo Meta, infatti, i veri canali di accesso al mercato dell’AI sono gli app store tradizionali, i siti web e le partnership di settore, non certo una piattaforma di messaggistica che a loro dire non dovrebbe essere considerata un’infrastruttura essenziale.

Peccato che la realtà percepita sia leggermente diversa soprattutto per chi sviluppa chatbot e servizi di intelligenza artificiale. L’Antitrust nel suo provvedimento cita le audizioni di diverse startup del settore a partire da OpenAI che ha definito WhatsApp un canale fondamentale per raggiungere gli utenti dei servizi AI ricordando che ChatGPT conta decine di milioni di utenti proprio sulla piattaforma di Meta. Un dettaglio che rende l’idea di quanto orami, il sistema di instant messaging di Meta sia diventato un snodo strategico nell’economia dell’intelligenza artificiale.

Anche altri attori avrebbero raccontato all’Antitrust quanto sia difficile migrare gli utenti fuori da WhatsApp verso applicazioni proprietarie confermando che quando una piattaforma diventa di fatto un’abitudine quotidiana la concorrenza non passa più solo dal prodotto ma dall’accesso. Ed è proprio su questo punto che l’Antitrust italiana ha deciso di intervenire imponendo a Meta la sospensione delle condizioni contrattuali contestate in attesa di chiarire se l’integrazione di Meta AI in WhatsApp stia alterando il mercato.

La vicenda è stata accolta con entusiasmo dal Codacons che aveva presentato l’esposto iniziale sottolineando come la questione coinvolga direttamente 37 milioni di utenti italiani e sollevi interrogativi non solo sulla concorrenza ma anche sulla privacy. Perché quando un assistente virtuale diventa il primo interlocutore suggerito all’interno di una chat privata il confine tra servizio e privacy si fa sottile e degno di attenzione regolatoria.

Quello che emerge da questa storia è una fotografia piuttosto chiara del momento che stiamo vivendo: l’intelligenza artificiale, lo abbiamo già sottolineato più volte nei nostri articoli, è diventata un elemento strutturale delle piattaforme digitali globali e proprio per questo diventa terreno di scontro tra Big Tech, regolatori e startup. WhatsApp da semplice app di messaggistica si scopre improvvisamente una delle porte d’accesso al mercato dell’AI e Meta si trova a dover spiegare perché il suo chatbot debba avere un posto privilegiato sul divano digitale di casa nostra.

In attesa del ricorso e dei prossimi messaggi ufficiali una cosa è certa: la conversazione sull’AI non è più solo tra utenti e assistenti virtuali ma passa anche dalle stanze dell’Antitrust. E questa volta il cerchio blu potrebbe dover aspettare prima di rispondere.