L’articolo pubblicato su Foreign Affairs The Illiberal International: Authoritarian Cooperation Is Reshaping the Global Order di Nic Cheeseman, Matías Bianchi e Jennifer Cyr ha innescato un dibattito internazionale ampio, stratificato e talvolta contraddittorio, un po’ come un missile politico che esplode a mezz’aria e lascia schegge in tutte le direzioni. La tesi centrale che reti di leader autoritari e governi illiberali stiano tessendo una cooperazione transnazionale con effetti sistemici sullo ordine mondiale liberale è stata accolta con entusiasmo da alcuni analisti, criticata da altri e discussa in contesti che vanno dai think tank accademici ai forum social più popolari. La natura stessa di questo discorso riflette un terreno di analisi in fermento, segnato da contrasti teorici e tensioni geopolitiche.

Fin dall’uscita, gli autori stessi hanno alimentato la conversazione. Matías Bianchi ha condiviso l’articolo su LinkedIn sottolineando che il contributo più importante dell’analisi consiste nel collocare la cooperazione autoritaria globale come minaccia concreta all’ordine liberale, non semplicemente come un aggregato di regimi isolati ma come una rete di attori che scambiano risorse, messaggi strategici e supporto diplomatico.

La reazione accademica più sostanziale non si è fatta attendere. In un articolo critico di E‑International Relations, studiosi sottolineano che parlare di un “ordine illiberale” come se fosse un’entità strutturata e coerente potrebbe esagerare la portata e la coesione di questa cooperazione transnazionale. Per questi critici, la maggior parte delle relazioni tra regimi illiberali rimane bilaterale, transitoria e guidata da interessi pragmatici piuttosto che da una visione ideologica condivisa o da un’architettura istituzionale stabile. In altre parole, si tratta più di un mosaico di alleanze mobili che di un blocco geopolitico omogeneo.

Un’altra fonte recente, Archyde, riprende questi argomenti e analizza la cooperazione autoritaria come un fenomeno reale ma non necessariamente indicativo di un ordine mondiale alternativo completamente nuovo. La narrativa che vede leader quali Xi Jinping, Vladimir Putin o Kim Jong Un come pilastri di un nuovo ordine è ritenuta sensazionalista dai critici, che suggeriscono di guardare invece a dinamiche pragmatiche, compete con frequenti rivalità interne e mancanza di istituzionalizzazione formale.

Al di fuori dei circoli accademici, la discussione ha preso forme più immediate. Su Reddit, diversi thread hanno riassunto l’articolo Foreign Affairs e aggiunto commenti sulla natura delle alleanze autoritarie. Molti sottolineano che, pur non avendo una struttura paragonabile a organismi come la Communist International del XX secolo, le relazioni tra potenze autoritarie sono fluidi ma efficaci nella diffusione di strumenti di controllo, disinformazione digitale e interventi mirati per indebolire i sistemi democratici. Le narrazioni di questi forum spesso enfatizzano quanto la cooperazione non sia centralizzata, ma reagisca a opportunità geostrategiche e alle pressioni esterne.

Un tratto ricorrente nei commenti è la percezione che le democrazie stiano perdendo slancio in termini di solidarietà internazionale e capacità di contrapporsi efficacemente alla rete di regimi illiberali. Su alcuni thread si legge infatti che mentre le democrazie continuano a fare affidamento su strumenti tradizionali di diplomazia e cooperazione multilaterale, gli attori illiberali sembrano più abili nell’uso di strategie asimmetriche: diffusione mirata di disinformazione, supporto a movimenti politici simpatici all’autoritarismo e negoziazioni economiche condizionate che sfruttano debolezze politiche interne degli stati occidentali.

Nel frattempo, think tank come l’University of California Institute on Global Conflict and Cooperation (IGCC) approfondiscono le implicazioni di questa dinamica in termini di governance globale. Secondo questi approfondimenti, l’ingresso e l’influenza di regimi illiberali nelle organizzazioni internazionali tradizionali cambiano le regole del gioco: un autocrate in un consiglio decisionale può usare la sua posizione per rimodellare norme e processi a vantaggio di pratiche illiberali, compromettendo la capacità delle istituzioni multilaterali di promuovere diritti umani, trasparenza o legalità internazionale.

Altri osservatori arricchiscono il contesto ricordando che fenomeni simili non sono del tutto nuovi. La ricca letteratura sulla illiberal internationalism o sull’illiberal tide ha già messo in luce trend di lunga durata: dall’espansione di regimi autoritari che sfruttano interdipendenze economiche e tecnologiche, alla capacità di tali attori di usare istituzioni internazionali come piattaforme per estendere la loro influenza, fino alla normalizzazione delle narrative di sovranità assoluta a scapito dei diritti individuali. Queste analisi storiche mettono in guardia dal leggere l’emergere di reti illiberali come un fenomeno completamente inedito, pur riconoscendone la crescente intensità.

Un altro tema che attraversa numerosi commenti è quello della terminologia stessa. Alcuni critici sottolineano che etichette come “illiberale” o “autoritarismo competitivo” possono essere imprecise o troppo generiche. Il problema, secondo questi commentatori, è che categorie vaghe rischiano di confondere pratiche politiche assai diverse: da regimi fortemente centralizzati a governi populisti che mantengono almeno formalmente processi elettorali. La gran parte delle critiche invita dunque a un’analisi più fine, capace di distinguere tra livelli di cooperazione, obiettivi e strategie dei vari attori coinvolti.

A questo punto è evidente che il dibattito non si limita alla semplice accettazione o rifiuto della tesi di Foreign Affairs. La discussione che si dirama tra analisi accademiche, reazioni social e riflessioni geopolitiche più ampie ruota intorno a domande più profonde su cosa significhi realmente vivere in un “ordine internazionale” e su come le normali dinamiche di potere e interesse possano evolversi in un’epoca di crescente contestazione tra modelli politici opposti.

In questo senso, l’articolo è un catalizzatore: non tanto per fornire una sintesi definitiva, quanto per stimolare proprio quel confronto critico che ogni disciplina internazionale dovrebbe coltivare quando la realtà strategica cambia più rapidamente della nostra capacità di etichettarla.

Il legame tra la teoria dell’Illiberal International e le Big Tech AI è più sottile di quanto sembri, ma cruciale. L’idea di reti autoritarie che collaborano a livello globale per erodere l’ordine liberale non riguarda solo diplomazia o economia: coinvolge direttamente il controllo, la gestione e l’uso strategico delle tecnologie avanzate, soprattutto l’intelligenza artificiale.

Le Big Tech AI Google, Microsoft, Meta, OpenAI, ByteDance, Tencent e simili non sono solo attori commerciali, ma infrastrutture critiche di potere cognitivo globale. L’Illiberal International trova in queste piattaforme uno strumento sia di cooperazione che di influenza.

Da un lato, regimi autoritari possono sfruttare le tecnologie AI prodotte o diffuse dalle Big Tech per sorveglianza interna, censura algoritmica, profilazione sociale e controllo della narrazione pubblica. La collaborazione tra governi illiberali e aziende tecnologiche, anche indiretta o opportunistica, permette di accelerare l’adozione di strumenti che consolidano il potere centralizzato.

Pensa alla Cina con il suo sistema di credito sociale basato su AI, o all’uso di modelli di generative AI per manipolare opinione pubblica in Russia e Iran: la tecnologia, pur creata in contesti globali, diventa un vettore di influenza politica e geopolitica.

Dall’altro lato, le Big Tech AI occidentali si trovano in una posizione ambivalente: da una parte forniscono strumenti che supportano produttività, ricerca e innovazione, dall’altra diventano terreno di competizione normativa e strategica.

L’Illiberal International, in questa prospettiva, non è solo un blocco politico ma anche un laboratorio di sperimentazione tecnologica: le aziende tecnologiche devono confrontarsi con regole contrastanti, requisiti di trasferimento dati, censura algoritmica imposta dai governi e, in alcuni casi, pressione per collaborazioni obbligate.

Questo crea un doppio binario di influenza e rischio: le Big Tech AI diventano sia vettori indiretti del potere autoritario sia possibili ostacoli alla diffusione dei valori liberali, a seconda di come vengono regolamentate e utilizzate.Infine, l’Illiberal International mette in evidenza un conflitto tra governance tecnologica globale e sovranità nazionale.

L’AI non è più solo un prodotto commerciale: è infrastruttura geopolitica. Quando regimi autoritari coordinano politiche, standard tecnologici o reti di sorveglianza, sfruttando strumenti AI, creano un ambiente in cui la tecnologia può rafforzare sistemi politici autoritari e sfidare l’influenza liberale. Le Big Tech AI diventano quindi nodi critici nella mappa della competizione globale tra modelli di governance, un terreno dove economia, tecnologia e politica si intrecciano in maniera strategica.