La paura cresce. Non è isteria collettiva, non è luddismo digitale, non è nostalgia per il posto fisso. È una reazione razionale a una traiettoria tecnologica che per la prima volta non si limita ad assistere il lavoro umano ma lo osserva, lo misura, lo replica e infine lo rende opzionale. L’intelligenza artificiale non sta più bussando alla porta del mercato del lavoro. È già seduta alla scrivania, con accesso ai sistemi interni e una curva di apprendimento che non chiede aumenti salariali.

Uno studio del MIT pubblicato a novembre ha stimato che l’11,7 percento dei lavori è già tecnicamente automatizzabile con l’AI oggi, non domani, non in un futuro ipotetico da keynote motivazionale. Oggi. La percentuale è quasi irrilevante. Il punto vero è che per la prima volta la sostituibilità non riguarda solo il lavoro manuale o ripetitivo ma quello cognitivo medio, quello che per trent’anni è stato venduto come “sicuro” perché basato su competenze, lauree, esperienza. Il middle management, l’analista junior, il marketer entry level, il legal associate che passa le giornate a rivedere documenti. Tutti improvvisamente quantificabili, modellabili, comprimibili.

I segnali sono già evidenti. Le aziende stanno tagliando posizioni junior dichiarando apertamente che l’AI rende superflua la fase di apprendistato. Non serve più assumere cinque neolaureati per formarne uno buono quando un modello può produrre output accettabili in pochi secondi. Alcune imprese indicano esplicitamente l’adozione dell’intelligenza artificiale come causa dei licenziamenti. Altre lo fanno in modo più elegante, parlando di riorganizzazione, di efficienza, di riallocazione strategica delle risorse. Il risultato è lo stesso. Meno persone, più software, più silicio.

Il passaggio cruciale avviene quando l’AI smette di essere un moltiplicatore di produttività e diventa un sostituto funzionale. Nel linguaggio dei venture capitalist questo è il momento in cui il tool diventa agent. Non più un assistente che suggerisce, ma un sistema che agisce, decide, esegue. Un software che non migliora il lavoro umano ma lo elimina come passaggio necessario. Jason Mendel di Battery Ventures lo dice senza troppi giri di parole. Il 2026 sarà l’anno in cui gli agenti software inizieranno a mantenere la promessa meno raccontata dell’AI, quella della sostituzione del lavoro umano in alcune aree. Non in tutte, non subito, ma abbastanza da cambiare il clima.

Il fatto interessante è che nessuno sembra davvero sapere come andrà a finire. Eric Bahn di Hustle Fund lo ammette candidamente. Le mansioni ripetitive saranno automatizzate, certo. Ma anche ruoli più complessi, basati su logica, processi, decisioni condizionali. Il dubbio non è se accadrà, ma in che forma. Più licenziamenti o più produttività. Più disoccupazione o una trasformazione del lavoro verso attività ad alto valore. È l’incertezza a rendere il 2026 inquietante. Quando nemmeno chi finanzia l’innovazione riesce a prevederne gli effetti sociali, significa che il cambiamento è strutturale.

Nel frattempo i budget parlano chiaro. Rajeev Dham di Sapphire osserva come le risorse stiano iniziando a spostarsi dal lavoro umano agli investimenti in AI. Non è ideologia, è aritmetica. Se un sistema automatizzato promette di fare il lavoro di dieci persone a un costo marginale decrescente, il CFO non ha bisogno di una conversione filosofica. Basta un foglio Excel. Marell Evans di Exceptional Capital è ancora più diretto. Più soldi all’AI significa meno soldi al lavoro umano. E i licenziamenti continueranno ad avere un impatto aggressivo sull’occupazione, soprattutto negli Stati Uniti. Traduzione non edulcorata. L’AI non sta arrivando per aiutare tutti. Sta arrivando per ottimizzare i conti.

C’è poi l’aspetto più cinico e forse più vero di tutti. L’AI come capro espiatorio. Antonia Dean di Black Operator Ventures mette il dito nella piaga. Molte aziende useranno l’intelligenza artificiale come giustificazione narrativa per tagli che avrebbero comunque fatto. Errori strategici, acquisizioni sbagliate, crescita drogata da capitale facile, strutture ipertrofiche. Tutto improvvisamente riscritto come inevitabile conseguenza dell’adozione dell’AI. Non è l’algoritmo che licenzia. È il management che si lava la coscienza delegando la colpa a una tecnologia ancora opaca per la maggioranza dei dipendenti.

Il paradosso è che il racconto pubblico dell’AI continua a essere rassicurante. Le aziende tecnologiche insistono sul mantra del deep work. L’AI automatizza il lavoro noioso, ripetitivo, lasciando agli esseri umani le attività creative, strategiche, ad alto valore. È una narrazione elegante, quasi umanista. Peccato che ignori un dettaglio fondamentale. La maggior parte dei lavori reali è fatta di una miscela di attività ripetitive e decisionali. Se automatizzi il 60 percento del lavoro di una persona, spesso non la liberi per fare altro. La rendi semplicemente ridondante.

Il vero nodo non è tecnologico. È organizzativo e politico. Le aziende non assumono per far crescere le persone. Assumono per ottenere risultati. Se gli stessi risultati possono essere ottenuti con meno persone grazie all’AI, il sistema farà esattamente questo. Non per cattiveria, ma per coerenza interna. Il capitalismo non ha mai avuto problemi morali con l’automazione. Ha solo cambiato narrativa ogni volta che la scala diventava socialmente scomoda.

Nel 2026 questa scala cambia di ordine di grandezza. Non stiamo parlando di fabbriche senza operai, ma di uffici senza junior, team ridotti all’osso, organizzazioni dove pochi senior orchestrano una costellazione di agenti software. La carriera lineare, quella che partiva dal basso e saliva con l’esperienza, diventa un’eccezione statistica. Se non entri, non cresci. Se non cresci, non governi. E se non governi, vieni governato da sistemi che non votano e non scioperano.

C’è una curiosità storica che vale la pena ricordare. Ogni grande ondata di automazione ha inizialmente distrutto più lavoro di quanto ne abbia creato. Il riequilibrio è sempre arrivato dopo, spesso a costo di conflitti sociali, nuove regolazioni, nuovi contratti impliciti tra capitale e lavoro. La differenza oggi è la velocità. L’AI non chiede infrastrutture fisiche massive. Non ha bisogno di decenni per diffondersi. Si aggiorna via API. Si scala nel cloud. Si integra nei flussi esistenti senza chiedere permesso.

Per questo le paure non diminuiranno nel 2026. A dirlo non sono i sindacati o i commentatori catastrofisti, ma gli investitori che finanziano le aziende che costruiscono questi sistemi. Quando chi scommette sull’innovazione ammette che l’impatto sul lavoro sarà profondo e potenzialmente destabilizzante, il messaggio è chiaro. Non siamo di fronte a una fase di assestamento. Siamo dentro una transizione che ridefinisce il valore del lavoro cognitivo medio.

Il punto finale, quello che raramente viene detto ad alta voce, è che l’AI non sostituisce le persone. Sostituisce ruoli. E i ruoli sono una costruzione sociale, non una legge naturale. Possono sparire, mutare, comprimersi. Nel 2026 molte aziende guarderanno ai propri organigrammi come si guarda a un legacy system. Non con affetto, ma con la domanda fatale. Serve ancora tutto questo. In quella domanda c’è il futuro del lavoro così come lo abbiamo conosciuto. E non è una domanda che ammette risposte consolatorie.

MIT: https://www.cnbc.com/2025/11/26/mit-study-finds-ai-can-already-replace-11point7percent-of-us-workforce.html