Patriotic capitalism. Due parole che sembrano uscite da un think tank di Washington dopo una notte troppo lunga a base di bourbon e grafici sulla produttività, e che invece raccontano una delle trasformazioni più interessanti, e sottovalutate, del capitalismo americano post 2020. Perché qui non siamo davanti all’ennesimo fondo che cavalca una narrativa identitaria per vendere slide agli LP, ma a un’operazione chirurgica sul cuore stesso del rapporto tra capitale, potere politico e tecnologia. 1789 Capital non nasce per essere simpatico, nasce per essere efficace. E soprattutto nasce per essere ideologico, senza più chiedere scusa.

Due anni dopo il lancio e un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Chris Buskirk, Omeed Malik e Donald Trump Jr. hanno raccolto oltre due miliardi di dollari. Non bruscolini, non “dry powder” da conferenza, ma capitale vero. Capitale che viene allocato secondo un criterio sorprendentemente semplice, quasi brutale nella sua chiarezza. Rafforzare la competitività americana. Punto. Tutto il resto è rumore.

In un’epoca in cui il venture capital tradizionale ama raccontarsi come neutrale, globale e post ideologico, 1789 fa l’esatto contrario. Rivendica una visione del mondo, la esplicita, la trasforma in tesi di investimento. Difesa, re industrializzazione, supply chain domestiche, intelligenza artificiale applicata alla superiorità militare. Anduril, Hadrian, Vulcan Elements. Nomi che non evocano unicorni consumer o app per il food delivery, ma fabbriche, acciaio, droni, magneti per terre rare. Roba che pesa, fisicamente e geopoliticamente.

Qui la keyword è patriotic capitalism, ma il sottotesto è molto più interessante. È la normalizzazione del capitale come strumento di guerra economica. Non una metafora. Guerra vera, contro la Cina. Malik lo dice senza giri di parole, con quella franchezza che a Bruxelles farebbe svenire tre commissari e mezzo. Defense tech e re industrializzazione non sono trend, sono priorità strategiche. E chi pensa che sia solo retorica da campagna elettorale non ha capito nulla di come funziona oggi l’allocazione del capitale nei grandi blocchi geopolitici.

C’è un punto che molti analisti fingono di non vedere, forse per pudore intellettuale. La Silicon Valley non è mai stata apolitica. Ha semplicemente avuto il monopolio della narrazione progressista. ESG, DEI, stakeholder capitalism. Tutti strumenti ideologici, mascherati da neutralità morale. 1789 fa saltare il banco perché dice ad alta voce ciò che altri hanno sempre fatto sottotraccia. Investiamo secondo i nostri valori. Se non ti piacciono, nessuno ti obbliga a seguirci.

Il rifiuto di investire in OpenAI, quando le valutazioni erano ancora “molto basse” secondo Malik, è emblematico. Non è un errore finanziario, è una scelta identitaria. ChatGPT percepito come troppo a sinistra, troppo allineato a una visione culturale ostile. In un mondo in cui il capitale ha sempre fatto finta di non vedere l’ethos delle aziende, improvvisamente l’ethos diventa discriminante. Non solo per il prodotto, ma per la visione del mondo che quel prodotto amplifica. Qui l’intelligenza artificiale non è neutra. È infrastruttura cognitiva. E chi controlla l’infrastruttura controlla il frame del dibattito pubblico.

C’è poi l’apparente contraddizione che fa gridare allo scandalo alcuni commentatori. America First, ma capitali mediorientali. Fondi sovrani del Golfo che investono in un fondo che si proclama patriottico. Ipocrisia? Solo per chi continua a confondere la propaganda con la strategia. Il capitale non ha passaporto, la tecnologia sì. Prendere soldi da Abu Dhabi o Riyadh per costruire fabbriche in Ohio e sistemi d’arma in Texas non indebolisce l’America, la rafforza. Soprattutto se l’alternativa è lasciare quei capitali liberi di finire a Shenzhen.

Qui emerge una visione del mondo molto più realista di quella che circola nei salotti liberal. Le alleanze non sono morali, sono funzionali. Se gli Stati Uniti non costruiscono partnership strategiche con il Medio Oriente, lo farà Pechino. Fine della discussione. Patriotic capitalism non è autarchia, è egemonia finanziaria intelligente.

Il passaggio più interessante, però, non è nemmeno negli investimenti. È nella genesi del fondo. 1789 nasce come risposta alla de banking dei conservatori, alla censura soft delle piattaforme, all’esclusione sistematica di interi segmenti di mercato da parte di banche e investitori ESG oriented. La cosiddetta parallel economy non era un capriccio ideologico, era una reazione di sopravvivenza. Quando vieni escluso dall’infrastruttura finanziaria, o costruisci la tua, o muori.

GrabAGun, Public Square, aziende dei combustibili fossili. Tutti business che non erano inefficienti, erano semplicemente non allineati. Il mercato non li puniva per mancanza di domanda, ma per mancanza di approvazione culturale. Un’anomalia che qualsiasi economista serio dovrebbe considerare pericolosa. Quando il capitale smette di allocarsi in base al rischio rendimento e inizia a farlo in base alla virtù percepita, il sistema si deforma.

Ora, secondo Malik, quella fase difensiva è finita. Gli Stati Uniti sono usciti dalla death spiral. Termine forte, volutamente provocatorio, ma non del tutto infondato. Con Trump di nuovo alla Casa Bianca e una parte crescente della Silicon Valley che flirta apertamente con il potere repubblicano, il vento è cambiato. Non si tratta più di sopravvivere ai margini, ma di attaccare il centro.

Ed è qui che il discorso diventa davvero interessante per chi si occupa di tecnologia e strategia industriale. I repubblicani come partito del futuro. Sembra un ossimoro, eppure Buskirk lo dice senza ironia. Deregolamentare crypto, accelerare defense tech, smettere di trattare ogni startup come una potenziale minaccia morale. Riappropriarsi della parola progressive, svuotandola del suo significato novecentesco e riempiendola di crescita, innovazione, potenza industriale.

È una mossa semantica, ma anche profondamente politica. Le parole contano. E nel capitalismo cognitivo, contano quanto il capitale stesso. Se la destra americana riesce a posizionarsi come pro tecnologia, pro crescita, pro futuro, lasciando ai democratici il ruolo di custodi di un ordine regolatorio sempre più asfissiante, il ribaltamento sarà completo.

Ovviamente le critiche non mancano. Prossimità al potere, conflitti di interesse, possibili indagini congressuali se i democratici riconquistassero la Camera nel 2026. Malik le liquida con una certa nonchalance. Inquiries, niente di più. Nessun vero rischio sistemico. Ed è difficile dargli torto. Il vero potere oggi non è nelle audizioni, ma nella capacità di controllare flussi di capitale, infrastrutture tecnologiche e narrative pubbliche.

1789 Capital, nome non casuale, non è solo un fondo. È un segnale. Un avvertimento. Il capitalismo non è mai stato neutrale, semplicemente oggi ha smesso di fingere. Patriotic capitalism è la versione esplicita di una guerra che si combatte da anni sotto traccia. Una guerra per il controllo della tecnologia, dell’industria e, in ultima analisi, del futuro.

Chi la liquida come folklore MAGA o come operazione di marketing politico sta guardando il dito e non la luna. Qui siamo davanti a un modello replicabile. In America oggi, domani altrove. Perché quando il capitale decide di scegliere una bandiera, non lo fa per nostalgia. Lo fa perché ha fiutato dove soffia il vento della storia. E di solito, quando succede, conviene prenderne atto prima che sia troppo tardi.