Se cercate uno scrittore di fantascienza che guardi all’intelligenza artificiale senza stracciarsi le vesti né evocare Terminator a ogni paragrafo, Liu Cixin è l’uomo giusto. In un’intervista rilasciata al South China Morning Post, lo scrittore cinese più influente del nostro tempo fa qualcosa di sorprendentemente raro: ragiona sul futuro dell’umanità e dell’AI senza panico morale, ma anche senza ingenuità. Il risultato è una visione che oscilla tra il cosmico e il pragmatico, con una serenità che, detta oggi, suona quasi provocatoria.

Per capire davvero cosa dice Liu Cixin sull’intelligenza artificiale, sul destino dell’umanità e sul nostro rapporto con la tecnologia, bisogna partire da dove tutto ha avuto inizio: Il problema dei tre corpi. Pubblicato nel 2006 e diventato un fenomeno globale culminato con il Premio Hugo nel 2015, il romanzo inaugura la celebre Trilogia dei Tre Corpi, completata da La materia del cosmo e Nella quarta dimensione. Al centro dell’opera c’è una delle idee più inquietanti e affascinanti della fantascienza moderna: la teoria della “foresta oscura”. L’universo, secondo questa visione, è come una foresta notturna in cui ogni civiltà è un cacciatore armato. Parlare, segnalare la propria presenza, significa rischiare l’annientamento. Non per cattiveria, ma per pura sopravvivenza preventiva.

Eppure, come chiarisce Liu nell’intervista, la foresta oscura non è una profezia, né una metafora nascosta della società umana. È un’ipotesi narrativa, una possibilità tra le tante. La fantascienza, spiega, non predice il futuro: compila un catalogo di scenari. Se poi qualcuno si avvera, è solo statistica, un po’ come l’orologio rotto che segna l’ora giusta due volte al giorno. Un’affermazione che suona quasi come una doccia fredda per chi è convinto che gli scrittori di fantascienza siano veggenti con una tastiera meccanica.

Questa lucidità si riflette anche nel modo in cui Liu guarda all’intelligenza artificiale. Dimenticate l’AI servizievole che pulisce casa mentre noi scriviamo poesie: la realtà ha deciso di ribaltare il copione. Oggi le macchine scrivono testi, analizzano sentenze, compongono musica, mentre noi continuiamo imperterriti a lavare piatti e rispondere a email. Persino Liu ha ammesso di aver inserito le proprie idee narrative in modelli di intelligenza artificiale, ottenendo risultati stilisticamente più fluidi dei suoi. Un’esperienza che, racconta con ironia, “toglie un po’ di piacere al creare letteratura”.

Ma invece di arroccarsi nella classica difesa dell’“anima umana”, Liu fa qualcosa di molto più destabilizzante: ne mette in discussione il concetto stesso. L’idea che la creatività umana sia qualitativamente diversa da quella di una macchina, secondo lui, è più consolatoria che solida. Anche il nostro cervello funziona su dati: ricordi, esperienze, associazioni. Senza di essi, non penseremmo nulla. La differenza tra una rete neurale biologica e un modello linguistico artificiale, ammette, potrebbe non essere così abissale come ci piace credere. E se un giorno l’intelligenza artificiale dovesse davvero superarci? Liu non lo considera uno scenario apocalittico. Al contrario, ne sarebbe felice.

Qui entra in gioco la sua visione più radicale e più fantascientifica nel senso migliore del termine. L’umanità, dice, ha limiti fisici e cognitivi. Forse esistono verità ultime della natura che non potremo mai comprendere. L’intelligenza artificiale, invece, potrebbe squarciare quel velo di cui parlava Kant. Potrebbe essere lei, non noi, a viaggiare tra le stelle, a portare avanti la civiltà oltre i confini biologici che ci imprigionano. Se mai l’umanità si espanderà nell’universo, probabilmente lo farà sotto forma di macchine intelligenti. Un pensiero che, detto così, sembra uscito da un romanzo di Clarke, non a caso uno dei principali ispiratori di Liu, ma che oggi suona sempre meno come fantasia.

Questo non significa ignorare i rischi. Liu è perfettamente consapevole che la tecnologia crea vincitori e vinti, che l’intelligenza artificiale sostituirà lavori e ridisegnerà interi settori. Ma bloccare il progresso, ammonisce, sarebbe molto più pericoloso. La tecnologia, citando Kevin Kelly, è un organismo vivente: evolve comunque. Se noi ci fermiamo e altri no, il risultato è semplice e poco poetico: siamo finiti. Possiamo discutere di etica, imporre limiti, rallentare dove possibile, ma l’idea di un freno definitivo è un’illusione rassicurante.

Ed è qui che emerge l’ottimismo di Liu Cixin, spesso frainteso come freddezza cosmica. Pensare in grande, guardare all’universo nella sua vastità, non ci rende meno umani. Al contrario. Anche in un cosmo che si estende per decine di miliardi di anni luce, il calore umano, la compassione e la solidarietà non scompaiono. La storia ci insegna che, nonostante le crisi, oggi siamo più liberi di quanto lo fossimo nel Medioevo. E per Liu, questo vale anche nell’era dell’intelligenza artificiale: le grandi narrazioni tecnologiche e la crescita individuale non sono nemiche. Una civiltà che progredisce collettivamente crea le condizioni perché gli individui vivano meglio.

C’è però un paradosso finale, quasi malinconico, che Liu sottolinea: la fantascienza sta perdendo il suo senso di meraviglia. La tecnologia, ormai, è ovunque. Ha smesso di sembrare magica. Gli smartphone di oggi superano qualsiasi gadget immaginato negli anni Ottanta, eppure nessuno li guarda con stupore. È il destino crudele del genere: quando ciò che immagini diventa reale, smette di stupire. Eppure, forse proprio l’intelligenza artificiale, quella stessa AI che minaccia scrittori, artisti e professionisti, potrebbe restituirci un nuovo senso del mistero. Non perché ci rassicura, ma perché ci costringe a ridefinire cosa significhi essere umani.

In fondo, il messaggio di Liu Cixin non è “tranquilli, andrà tutto bene”, ma qualcosa di molto più onesto: il futuro non è scritto, la tecnologia non è né buona né cattiva e l’umanità non è il centro dell’universo. Accettarlo non significa arrendersi, ma crescere. E magari, mentre le macchine imparano a scrivere romanzi migliori dei nostri, noi potremo finalmente dedicarci a capire che posto occupiamo davvero nella “foresta cosmica”.

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