Nel racconto ufficiale della modernità digitale, Internet doveva renderci liberi, connessi, autonomi. Una nuova frontiera democratica, orizzontale, capace di abbattere gerarchie e rendite di posizione. Poi, senza troppo rumore, ci siamo ritrovati a pagare un canone mensile per ascoltare musica che non possediamo, guardare film che possono sparire dal catalogo, usare software che smettono di funzionare se interrompiamo l’abbonamento. Ed eccoci qui, come osserva con lucidità e una punta di ironia Adrian Fartade: sempre più connessi, sempre meno proprietari. Sempre più utenti, sempre meno liberi. Altro che futuro: stiamo tornando al Medioevo. Solo che è digitale, patinato e con un’interfaccia molto user-friendly.
Il parallelo con il feudalesimo non è una provocazione da social network, ma una chiave interpretativa sorprendentemente efficace. Nel Medioevo il servo della gleba non era uno schiavo in senso stretto, ma nemmeno un uomo libero. Era legato alla terra, impossibilitato ad abbandonarla, a reinventarsi, a decidere davvero del proprio destino. Oggi quella terra non è fatta di campi e raccolti, ma di profili, piattaforme, ecosistemi digitali. Osserva Fartade: “Quando Mark Zuckerberg, o chi per lui, ti concede un appezzamento di ‘terra sociale’ – un profilo, una pagina, un canale – tu puoi viverci, certo, ma a una condizione: produrre valore per il signore feudale. Contenuti, dati, interazioni. Like al posto del grano, stories invece delle decime”.
Il punto centrale, come sottolinea Fartade, è che stiamo smettendo di possedere. Non solo beni materiali, ma anche beni culturali, strumenti di lavoro, relazioni. Tutto è in affitto, tutto è in abbonamento. Non compriamo più musica: la ascoltiamo finché qualcuno ce lo permette. Non acquistiamo software: lo noleggiamo. Non costruiamo comunità: le abitiamo temporaneamente, finché un algoritmo non decide che non siamo più rilevanti. La promessa di libertà dell’internet delle origini si è trasformata in una dipendenza strutturale, elegante e silenziosa.
Come nel feudalesimo storico, anche qui la reciprocità è più apparente che reale. Le piattaforme ci offrono uno spazio per esprimerci, lavorare, relazionarci. In cambio, però, ottengono molto di più: dati, attenzione, produzione continua di contenuti che alimentano modelli pubblicitari e sistemi di intelligenza artificiale. Il tutto senza che l’utente abbia reali diritti di proprietà o di contrattazione. Un aggiornamento dei termini di servizio, una modifica dell’algoritmo, una decisione unilaterale presa in una boardroom californiana possono cancellare anni di lavoro digitale in pochi secondi. Nessun appello, nessun tribunale feudale. Solo una mail automatica.
Il cuore del potere feudale era la concentrazione. Pochi signori controllavano vaste porzioni di territorio e popolazione. Oggi quella concentrazione è persino più radicale: cinque o sei Big Tech governano infrastrutture digitali globali, flussi informativi, mercati pubblicitari, spazi di discussione politica. Decidono chi può parlare, cosa può circolare, quali contenuti vengono amplificati e quali relegati all’irrilevanza. Non servono più eserciti: basta un ranking, un shadow ban, una demonetizzazione. È il potere sovrano dell’algoritmo, opaco per definizione, ma assolutamente efficace. Non a caso qualcuno parla di colpo di stato delle Big Tech.
La vera genialità del neo-feudalesimo digitale sta però nella sua invisibilità. Nessuno ci costringe con la forza. Accettiamo volontariamente contratti capestro, cliccando “Accetto” senza leggere. Ci percepiamo come consumatori sovrani, mentre agiamo come vassalli entusiasti. Produciamo contenuti gratuitamente, difendiamo piattaforme che non ci appartengono, costruiamo identità in spazi che possono esserci sottratti in qualsiasi momento. E lo facciamo con il sorriso, convinti di essere più liberi che mai.
Il rischio, guardando al futuro, non è solo economico o tecnologico, ma culturale e politico. Se le nostre reti sociali, informative e persino civiche dipendono da infrastrutture private, il concetto stesso di spazio pubblico si indebolisce. Se il lavoro digitale è legato a piattaforme proprietarie, la mobilità sociale diventa un’illusione. Se tutto è servizio e nulla è proprietà, la libertà si riduce a una licenza temporanea.
Il Medioevo 2.0 non arriverà con castelli e armature, ma con interfacce intuitive e piani premium. E nessuno se ne accorgerà, perché sarà comodo, efficiente, personalizzato. Proprio come ogni buon sistema di potere che non vuole essere riconosciuto come tale. La domanda, a questo punto, non è se stiamo entrando in un nuovo feudalesimo digitale. È se, questa volta, saremo capaci di riconoscerlo prima di ritrovarci, ancora una volta, legati alla terra. Una terra che, oggi, è fatta di pixel.