La parola che a Wall Street fa sempre un certo effetto, come gridare “al fuoco” in un cinema affollato è bolla. Negli ultimi due anni è stata accoppiata quasi automaticamente all’intelligenza artificiale, come se bastasse pronunciare l’acronimo “AI” per evocare il fantasma del 2000, dei modem a 56k e delle startup con nomi improbabili finite in archivio insieme ai floppy disk. Eppure, guardando ai numeri, alle dinamiche industriali e alle aspettative sul 2026, il paragone con la bolla internet è meno solido di quanto sembri. Anzi, forse dice più della nostra memoria selettiva che dei mercati.
Partiamo da una distinzione fondamentale, che il Financial Times ha rimesso al centro del dibattito in una recente analisi: una bolla, in senso stretto, non è semplicemente un settore che sale molto. È una situazione in cui i prezzi si staccano in modo evidente da qualsiasi stima razionale del valore futuro, alimentati da euforia, irrazionalità e dall’idea che “questa volta è diverso” senza alcun fondamento. Oggi sull’AI c’è entusiasmo, senza dubbio. Ma questo entusiasmo non significa necessariamente follia.
È vero, Nvidia ha flirtato con capitalizzazioni da record, i data center spuntano come funghi e le startup AI raggiungono valutazioni miliardarie prima ancora di avere un modello di business rodato. Ma, forse, tutto questo non basta per parlare di bolla. Quello che è certo è che siamo davanti a un boom, cioè a una fase di investimenti massicci legata a una tecnologia nuova, la cui utilità finale (al di là dei proclami) non è ancora del tutto chiara. E qui che molto probabilmente sta il punto: l’incertezza non è irrazionalità. È il prezzo da pagare quando si investe in qualcosa che potrebbe cambiare il modo in cui lavoriamo, produciamo e competiamo.
Tre anni dopo il debutto di ChatGPT, l’AI non ha ancora mantenuto tutte le promesse più roboanti. Molte aziende, come fanno notare da Fusion AILab, hanno scoperto che un chatbot, da solo, non rivoluziona i processi. Ma nel frattempo sono emerse applicazioni concrete, dalla programmazione allo sviluppo software, e la tecnologia continua a migliorare a un ritmo impressionante. Certo, gli investitori, come negli anni ’90 con internet, stanno facendo scommesse con informazioni incomplete. Sbaglieranno? Probabilmente sì. Ma a questo proposito vale anche la pena di sottolineare che sbagliare i tempi o i vincitori non equivale a essere vittime di una bolla.
Anzi, se guardiamo proprio al 2000, il parallelo diventa quasi ironico. Col senno di poi, gli investitori di allora avevano ragione sull’impatto di internet. Credo nessuno possa metterlo in discussione. Hanno solo puntato sui cavalli sbagliati. Yahoo, Lycos, Excite, Altavista e AOL (tanto per citarne alcuni) sembravano invincibili, Google era in un garage e Mark Zuckerberg faceva ancora i compiti alla high school. Oggi potremmo trovarci nella stessa situazione: alcuni campioni dell’AI di domani forse non esistono ancora (magari qualcuno si). Tutto questo non rende irrazionale l’attuale ondata di investimenti, la rende “semplicemente” (per modo di dire) rischiosa. Che è un’altra cosa.
La differenza più grande rispetto al 2000, però, è chi sta guidando il gioco. Non una miriade di startup senza ricavi, con business plan ambiziosi quanto vuoti, , ma un manipolo di colossi tecnologici con flussi di cassa enormi e motivazioni molto pragmatiche. Parliamo di realtà come Meta, Alphabet, Microsoft, Amazon e Apple. Tutti questi signori non stanno investendo centinaia di miliardi in AI perché ipnotizzati da una moda, ma perché sono, per usare le parole di Andy Grove, una delle figure più importanti della Silicon Valley, “paranoici quanto basta”. L’AI minaccia i loro core business: la ricerca online, i social, l’ecommerce, perfino lo smartphone per come abbiamo imparato a conoscerlo fino ad ora. Spendere una fortuna oggi è, per loro, una polizza assicurativa sul futuro. Zuckerberg lo ha detto senza troppi giri di parole: meglio sprecare qualche centinaio di miliardi che scoprire troppo tardi di aver sottovalutato il tema.
Questo spiega anche perché parlare di “castello di carte” finanziario sia fuorviante. I famosi accordi circolari, fornitori di chip che investono in aziende AI che poi comprano quei chip, esistono, ma rappresentano una frazione minima della spesa complessiva. E soprattutto, come ricorda Ken Fisher, fondatore di una delle più grandi società di gestione patrimoniale indipendenti al mondo, la Fisher Investments, i grandi protagonisti dell’AI hanno più cassa che debito, margini solidi e utili in crescita. Nel 2000 era l’opposto: aziende senza profitti che vivevano di aumenti di capitale e di storytelling.
Ed è qui che entra in gioco Wall Street e lo sguardo sul 2026. Come ci racconta Il Sole 24 ORE, secondo le principali banche d’affari il rally non è affatto finito. Le stime per l’S&P 500 a fine 2026 oscillano attorno ai 7.500 punti, con punte oltre gli 8.000 per i più ottimisti e scenari più prudenti poco sopra i 7.000. Non è consenso cieco, ma una forchetta che riflette un’idea chiave: niente recessione, utili in crescita e un contributo strutturale dell’AI alla produttività.

Il motore del mercato, più che le valutazioni, resta infatti la crescita degli utili. Le stime parlano di profitti medi per azione intorno ai 306 dollari nel 2026. Non numeri da bolla, ma da mercato che scommette su un’economia capace di reggere tassi ancora relativamente alti e di sfruttare l’AI come leva di efficienza. Certo, i rischi non mancano, dalla concentrazione eccessiva su pochi titoli al tema del credito e delle tensioni geopolitiche, ma non sembrano essere quelli tipici di un sistema sull’orlo del collasso.
C’è poi un dettaglio psicologico non secondario che Fisher sottolinea con il suo consueto sarcasmo: quando tutti parlano di bolla, di solito la bolla non c’è. Nel 2000 chi avvertiva del pericolo veniva deriso. Oggi chi grida al disastro sull’AI viene invitato nei talk show come profeta. La paura è già nei prezzi e, spesso, è proprio questo il miglior carburante per un mercato rialzista.
Attenzione però: tutto questo non significa che l’AI sia destinata a vincere tutto e tutti, né che i prezzi attuali siano “giusti”. Significa però che liquidare il fenomeno come una bolla pronta a scoppiare è una scorciatoia intellettuale. Siamo di fronte a un boom costoso, incerto, probabilmente inefficiente in molte sue declinazioni, ma sostenuto da fondamentali e da attori che possono permettersi di sbagliare.
Se nel 2026 Wall Street sarà ancora più in alto, come scommettono molte banche d’affari, non sarà perché l’AI avrà mantenuto ogni promessa, ma perché avrà fatto abbastanza da giustificare investimenti, utili e aspettative. E se anche il boom dovesse sgonfiarsi in parte, non sarebbe la fine del mondo. Sarebbe, molto più semplicemente, il normale processo con cui il mercato separa le buone idee da quelle destinate a finire, appunto, come i modem a 56k: in un museo della tecnologia.


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