Non è il dibattito scientifico, non è il dissenso teorico, non è nemmeno il conflitto metodologico che dovrebbe essere il segno di un ecosistema intellettuale vivo. È il fruscio continuo di carta digitale inutile, un’incessante produzione di articoli che nessuno leggerà davvero, citati da macchine e valutati da algoritmi. La junkification della ricerca non è un accidente. È un modello industriale.

Il termine junkification nasce per descrivere il degrado delle piattaforme digitali, quando la scala diventa più importante della qualità e il profitto più importante dell’esperienza. Amazon che diventa un bazar di cloni scadenti, Google che seppellisce le risposte sotto strati di advertising, i social che ottimizzano l’engagement fino alla nausea. Applicare questo concetto alla ricerca accademica non è una forzatura retorica. È una fotografia ad alta risoluzione.

La ricerca scientifica, soprattutto quella pubblicata online, ha seguito la stessa traiettoria delle grandi piattaforme. Prima valore per l’utente. Poi valore per il mercato. Infine estrazione di valore dall’utente stesso. Il ricercatore non è più solo produttore di conoscenza. È fornitore di contenuti, cliente pagante e forza lavoro gratuita nello stesso tempo. Se non fosse tragico, sarebbe geniale.

Il publishing accademico è oggi un’industria da decine di miliardi di dollari, con margini che farebbero arrossire molte Big Tech. Eppure il prodotto non migliora. Peggiora. Aumentano i volumi, si accorciano i tempi, si moltiplicano le special issue, si abbassano le soglie di accettazione. Il risultato è una valanga di articoli formalmente corretti, metodologicamente deboli, concettualmente irrilevanti. Fast science per carriere ansiose.

Il paradosso è evidente solo a chi vuole vederlo. L’accademia continua a venerare l’élite dei journal di fascia alta, mentre alimenta un sottobosco sempre più esteso di riviste pay to publish che promettono velocità, visibilità e indicizzazione. Non qualità. Velocità. È la stessa logica del junk food. Costa poco in termini cognitivi, sazia subito, distrugge nel lungo periodo.Il publish or perish non è più una metafora. È un algoritmo culturale. Pubblica o scompari. Pubblica tanto, non importa cosa. Pubblica dove puoi permettertelo. L’open access, nato come progetto politico di democratizzazione del sapere, è stato catturato dal mercato e rivenduto come servizio premium. L’articolo è gratuito per il lettore, ma carissimo per l’autore. Una democratizzazione a pagamento è una contraddizione in termini, ma funziona benissimo nei bilanci dei publisher.Qui la junkification della ricerca mostra il suo volto più cinico. Il ricercatore paga per lavorare. Scrive gratis. Revisiona gratis. Cede i diritti. E poi paga migliaia di euro di APC per rendere il proprio lavoro visibile. È capitalismo avanzato applicato alla produzione di conoscenza. Marx avrebbe preso appunti.

Il sistema si regge su metriche che fingono oggettività. Impact factor, ranking di riviste, liste ministeriali, indicatori bibliometrici. Numeri che sostituiscono il giudizio, come se la complessità epistemica potesse essere compressa in una cifra decimale. Il risultato è la standardizzazione della ricerca. Stessi temi, stessi metodi, stesse citazioni rituali. L’innovazione vera è un rischio reputazionale. Meglio non correre.

La junkification della ricerca non significa che tutta la produzione scientifica sia spazzatura. Sarebbe una lettura pigra. Significa che il sistema incentiva strutturalmente la produzione di contenuti mediocri. Anche ricercatori brillanti finiscono per adattarsi. Non per mancanza di etica, ma per sopravvivenza. La carriera accademica è diventata una maratona su tapis roulant. Corri, ma resti fermo.

Il problema si amplifica su scala globale. La lingua inglese diventa barriera economica e simbolica. I costi dell’open access escludono sistematicamente i ricercatori dei paesi a basso reddito. La conoscenza globale viene filtrata da criteri occidentali, anglofoni e finanziari. Si parla di diversità epistemica, ma si finanzia l’omologazione. Un colonialismo elegante, vestito da neutralità scientifica.

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale entra nel ciclo produttivo. Scrive bozze, genera abstract, suggerisce revisioni, in alcuni casi valuta articoli. L’AI non crea la junkification, ma la accelera. Quando il sistema premia il volume, l’automazione diventa inevitabile. Il rischio non è che l’AI produca articoli falsi. È che produca articoli inutili, ma perfettamente conformi. Il sogno di ogni algoritmo di ranking.

La quantità soffoca il segnale. Il rumore vince. Il lettore, che sia uno studente, un policy maker o un cittadino curioso, non ha gli strumenti per orientarsi. Si affida al primo risultato indicizzato, al PDF gratuito, alla fonte che sembra autorevole. È così che la junkification della ricerca diventa un problema pubblico, non solo accademico.Il danno non è immediato. È cumulativo. La fiducia nella scienza si erode lentamente, come una costa battuta dal mare. Ogni articolo irrilevante pubblicato per fare numero è un microcredito alla sfiducia. Ogni special issue gonfiata è un favore al cinismo. Poi ci si stupisce se la società guarda alla ricerca con sospetto.

Il sistema resiste al cambiamento perché i costi di uscita sono alti. Pubblicare fuori dai circuiti dominanti significa rinunciare a riconoscimento, carriera, finanziamenti. È lo stesso meccanismo delle piattaforme digitali. Sai che l’esperienza è peggiorata, ma non puoi andartene. Troppi contatti, troppi investimenti, troppa reputazione accumulata.

Eppure la junkification della ricerca non è inevitabile. È il risultato di scelte politiche, economiche e culturali. Metriche sbagliate, incentivi perversi, governance privatizzata del sapere. Cambiare richiederebbe una cosa che l’accademia predica ma pratica poco: il coraggio intellettuale. Ridurre il peso delle metriche. Valutare meno, leggere di più. Premiare il pensiero lento in un sistema drogato di velocità.La domanda vera non è come pubblicare di più. È perché pubblicare. Finché la risposta resterà legata a ranking, numeri e fatturati, la junkification continuerà. Silenziosa, efficiente, perfettamente razionale. Proprio come ogni grande fallimento sistemico della storia recente.