Immaginate un mondo in cui il nostro computer non solo esegue i comandi, ma li anticipa, li migliora e, alla fine, li rende superflui. È questa la visione che Eric Schmidt, l’ex CEO di Google che ha trasformato un motore di ricerca in un impero tecnologico, sta dipingendo con un misto di entusiasmo e sottile apprensione.

Schmidt, con la sua esperienza decennale al timone di una delle aziende più innovative del pianeta, non è uno che lancia allarmi a caso: piuttosto, osserva il panorama dell’intelligenza artificiale con l’occhio di chi ha visto nascere rivoluzioni digitali. E oggi, a inizio 2026, le sue parole suonano come un invito a riflettere: l’AI non è più un gadget futuristico, ma una forza che sta già ridisegnando il nostro lavoro, la nostra economia e forse persino la nostra essenza umana.

Durante un forum alla Harvard University, ha raccontato di aver assistito a un sistema di AI che genera autonomamente un intero programma software, dall’inizio alla fine, senza bisogno di interventi umani e di aver pensato che fosse la sua fine, riferendosi ai suoi 55 anni di esperienza nella programmazione. Un aneddoto che cattura l’essenza del cambiamento: l’uomo che ha guidato Google verso l’era del cloud e dell’algoritmo ora ammette che il 10-20% delle attività di coding è già gestito da sistemi come quelli di OpenAI e Anthropic, e che questa percentuale è destinata a crescere a un ritmo vertiginoso.

Non è difficile immaginare il sorriso sornione di Schmidt mentre lo dice: dopo tutto, lui è tra quelli che hanno contribuito a creare le basi di questo mondo iper-connesso. Ma Schmidt non si ferma qui. Guarda avanti, verso orizzonti che potrebbero sembrare fantascientifici, eppure li descrive con la concretezza di un veterano del settore. Prevede che l’intelligenza artificiale generale o AGI, quel tipo di sistema capace di eguagliare o superare i migliori matematici, fisici e artisti umani, arriverà entro tre-cinque anni, intorno al 2029.

“I computer stanno migliorando se stessi, imparando a pianificare senza dover più ascoltare noi”, ha avvertito in un’intervista recente, sottolineando come l’AI stia abbracciando l’auto-miglioramento ricorsivo.

È un concetto affascinante, che evoca immagini di macchine che evolvono in autonomia, ma Schmidt infonde un tocco di realismo: non è ancora il momento di panico, bensì di preparazione. Con un’ironia sottile, nota come Wall Street stia sottovalutando questo impatto, mentre processi routinari consumano miliardi di dollari in spese aziendali, pronti a essere automatizzati radicalmente.

E qui entra in gioco l’aspetto più intrigante del pensiero di Schmidt: l’impatto sull’economia e sul lavoro. Perché, su questo punto, l’ex Ceo di Google, non nasconde che l’AI potrebbe sostituire la maggior parte dei programmatori entro un anno e spingere verso un’AGI che rivoluziona settori interi.

Pensate alla medicina, alle soluzioni climatiche o all’ingegneria: aree in cui l’automazione potrebbe accelerare scoperte epocali, trasformando sfide globali in opportunità. Eppure, con quel suo approccio equilibrato, Schmidt ammonisce che questa potenza richiede supervisione umana perché forse, ha dichiarato, “siamo andati troppo oltre”, enfatizzando la necessità di preservare l’agire umano e la libertà individuale.

Non è la visione di un luddista, ma quella di un osservatore acuto che vede nel progresso un doppio taglio: da un lato, efficienza e innovazione; dall’altro, il rischio di un mondo in cui le macchine decidono senza di noi. In fondo, le riflessioni di Schmidt ci invitano a un dialogo più ampio sul futuro. In un’era in cui l’AI sta già dimostrando capacità che un tempo richiedevano anni di studio umano, la vera domanda è come integrarla senza perdere il controllo. Con la sua esperienza, Schmidt ci ricorda che le rivoluzioni tecnologiche non sono mai neutre: richiedono visione, etica e, forse, un pizzico di umiltà. E mentre il mondo sembra voglia accelerare verso l’AGI, le sue parole suonano come un monito affascinante: prepariamoci, perché il domani che imagginiamo potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo, e decisamente più intelligente.