Google oggi sembra in vantaggio sull’intelligenza artificiale. Non perché sia diventata improvvisamente più simpatica, ma perché ha fatto ciò che le riesce meglio da vent’anni: occupare lo spazio prima che qualcun altro si accorga che esiste. L’accordo con Apple per portare l’AI di Mountain View dentro Siri è una di quelle mosse che, a posteriori, verranno descritte come inevitabili. Nel presente, invece, suona come una dichiarazione di potere. Quando controlli la ricerca, il browser, il sistema operativo mobile dominante e ora anche il cervello conversazionale dell’iPhone, non stai semplicemente competendo nel mercato dell’intelligenza artificiale. Stai ridisegnando i confini del potere tecnologico globale.

Meta, però, non è affatto fuori dal gioco. Anzi, sta giocando una partita diversa, forse più cinica, sicuramente più politica. L’assunzione di Dina Powell McCormick come presidente e vicepresidente non è una nomina manageriale, è una mossa di geopolitica industriale. Zuckerberg non ha scelto una super star dell’ingegneria o una guru dell’etica digitale. Ha scelto una donna con accesso diretto ai palazzi del potere, con una lunga storia nell’amministrazione Trump e con relazioni profonde nel mondo finanziario globale, Goldman Sachs inclusa. Tradotto in linguaggio non edulcorato: Meta ha deciso che l’intelligenza artificiale non si vince solo con i modelli, ma con le connessioni giuste.

È passato molto tempo dall’ultima volta che una nomina nel settore tecnologico ha suscitato l’entusiasmo pubblico di un presidente degli Stati Uniti. Donald Trump che celebra una dirigente Meta non è folklore, è un segnale. In un’industria che ama raccontarsi come neutrale e meritocratica, il consenso politico resta una risorsa strategica. McCormick porta in dote rapporti con il Medio Oriente, governi sovrani e grandi fondi infrastrutturali. Non è un dettaglio. Zuckerberg ha parlato apertamente di decine di gigawatt di capacità energetica da costruire in questo decennio, e di centinaia nel lungo periodo. Chi non ha familiarità con queste cifre dovrebbe fermarsi un attimo. Un grande data center consuma decine di megawatt. Una centrale nucleare produce circa un gigawatt. Meta sta parlando di un ordine di grandezza che appartiene agli stati nazionali, non alle startup della Silicon Valley.

Questo è il punto che molti osservatori continuano a sottovalutare. L’intelligenza artificiale non è più solo software, è infrastruttura pesante. È energia, territorio, acqua, concessioni, permessi, trattative con governi e sovrani. È politica industriale mascherata da innovazione. In questo contesto, Dina Powell McCormick non è una figura decorativa, è un acceleratore. Serve a costruire ponti, a disinnescare ostacoli regolatori, a rendere Meta un interlocutore credibile quando si parla di investimenti che hanno l’impatto economico di una centrale elettrica.

Nel breve termine, i suoi legami con la Casa Bianca potrebbero rivelarsi ancora più utili. Meta resta il bersaglio preferito quando la politica americana decide di parlare di bambini, social network e pericoli digitali. È una narrativa che non passa mai di moda, soprattutto in un anno elettorale. L’intelligenza artificiale ha solo amplificato queste paure, aggiungendo algoritmi opachi e sistemi generativi a piattaforme già accusate di manipolare l’attenzione. Non serve molta fantasia per immaginare un nuovo ciclo di audizioni al Congresso, con Meta sul banco degli imputati. Avere una figura come McCormick, capace di parlare la lingua di Washington senza sembrare un lobbista improvvisato, è una polizza assicurativa.

Google, paradossalmente, potrebbe averne bisogno più di Meta. L’accordo con Apple, arrivato subito dopo l’annuncio sulle vendite, ha riacceso le critiche sulla concentrazione di potere. Elon Musk ha fatto ciò che gli riesce meglio: un tweet incendiario. Ha parlato di concentrazione irragionevole, ricordando che Google controlla già Android e Chrome. Dietro l’iperbole c’è una questione reale. Le autorità antitrust avevano promesso che Google non avrebbe esteso il suo dominio dalla ricerca all’intelligenza artificiale. Le sanzioni relativamente blande imposte nel recente caso antitrust hanno mandato un messaggio chiaro al mercato. Quel confine è più teorico che reale.

Qui entra in gioco la dimensione politica. Se a Washington dovesse maturare la sensazione che Google stia accumulando troppo potere anche nell’AI, la pressione regolatoria potrebbe tornare a salire. In quel caso, non basteranno le slide sui benefici per i consumatori. Serviranno alleati, relazioni, capacità di influenza. In altre parole, lo stesso tipo di capitale politico che Meta sta accumulando con grande lucidità.

L’amministrazione Trump, almeno in questa fase, è vista con favore dai dirigenti tecnologici. Dopo anni di rapporti freddi con la Casa Bianca di Biden, percepita come distante e ostile, la disponibilità di Trump a dialogare con le big tech è considerata un’opportunità. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. I legami troppo stretti tra politica e tecnologia possono diventare un problema elettorale. Un sondaggio pubblicato da Axios indica che quasi la metà degli elettori ritiene che le grandi aziende tecnologiche abbiano tratto i maggiori benefici dalle politiche di Trump sull’intelligenza artificiale. Non è un dato neutro.

La maggioranza degli intervistati ritiene che gli stati dovrebbero poter regolamentare autonomamente l’AI. Trump, invece, ha cercato di limitare questo potere, spingendo per un approccio più centralizzato e favorevole all’industria. È una linea che rischia di alienare una parte dell’elettorato, incluso quel mondo repubblicano che, in figure come Ron DeSantis, ha espresso posizioni sorprendentemente dure sulla necessità di regole per l’intelligenza artificiale. Quando anche i conservatori iniziano a parlare di regolamentazione, significa che il vento culturale sta cambiando.

Questo scenario crea un cortocircuito interessante. I legami di Trump con la tecnologia, oggi percepiti come un vantaggio competitivo per aziende come Meta e Google, potrebbero trasformarsi in un boomerang politico. Se diventano un tema di campagna elettorale, il settore rischia di essere dipinto come il grande beneficiario di politiche sbilanciate. E quando la tecnologia finisce nel mirino del consenso popolare, la reazione regolatoria tende a essere più emotiva che razionale.

Il vero punto, però, è un altro. L’intelligenza artificiale non è più una corsa tra modelli linguistici o benchmark accademici. È una competizione sistemica che intreccia infrastrutture energetiche, alleanze politiche, antitrust e consenso sociale. Google oggi sembra avanti perché ha saputo infilarsi nel cuore dell’ecosistema Apple. Meta sembra meno brillante sul piano del prodotto, ma estremamente lucida sul piano del potere. Chi guarda solo alle demo si perde metà della storia.

La storia reale si gioca nei corridoi di Washington, nei fondi sovrani del Golfo, nei permessi per costruire data center che consumano quanto una città. In questo gioco, una nomina come quella di Dina Powell McCormick pesa più di molte release di prodotto. È il segnale che Meta ha capito una verità scomoda: nell’era dell’intelligenza artificiale, il codice conta moltissimo, ma senza energia, politica e capitale relazionale resta solo una bella promessa. Google lo sa da tempo. La differenza è che Meta ha deciso di dirlo ad alta voce, con una mossa che odora di realpolitik più che di innovazione romantica. E in questo settore, di solito, vince chi smette per primo di raccontarsi favole.