Un caffè al Bar dei Dani, oggi viene lungo e leggermente amaro. Di quelli che ti tengono sveglio mentre il mondo dell’intelligenza artificiale continua a fare quello che gli riesce meglio: concentrare potere, capitali e talento come se fosse una partita a Risiko giocata da pochi adulti molto ben finanziati.
Partiamo da OpenAI, che negli ultimi mesi sembra più un aeroporto internazionale che un laboratorio di ricerca. Arrivi, partenze, ritorni clamorosi. Il rientro di Barret Zoph, Luke Metz e Sam Schoenholz da Thinking Machines Lab è una di quelle notizie che raccontano più di quanto sembri. Non è solo un “abbiamo ripreso tre cervelli bravi”. È il segnale che la guerra per il talento è entrata nella sua fase matura, quella in cui non vinci più reclutando giovani promesse ma riportando a casa chi conosce già i segreti industriali, le cicatrici e i compromessi. Thinking Machines, la creatura di Mira Murati, resta valutata dieci miliardi e sogna i cinquanta. Ma intanto OpenAI si riprende pezzi strategici della propria memoria storica. Silicon Valley, versione boomerang. Te ne vai per costruire il futuro, torni perché il futuro costa più di quanto pensassi.
Mira Murati intanto nomina Soumith Chintala CTO. Nome pesante, curriculum ancora di più. Segno che Thinking Machines non è una meteora ma una neolab che vuole giocare sul serio. Il problema è che il campo è sempre più affollato e le regole le scrivono quelli che hanno già i data center accesi e i contratti firmati. Ideologia da startup, bollette da Big Tech.
E a proposito di bollette, spostiamoci a Taiwan. TSMC annuncia fino a 56 miliardi di dollari di capex per il 2026. Non è un investimento, è un atto di fede. Il novanta per cento dei chip avanzati del pianeta passa da lì e la domanda di AI continua a superare l’offerta. Tutti vogliono GPU, acceleratori, wafer avanzati. Nessuno vuole sentire la parola “ciclo”. Il CEO C.C. Wei lo dice con una sincerità quasi disarmante: se sbagliamo, è un disastro. Traduzione dal linguaggio dei bilanci: se l’AI rallenta, qualcuno si farà molto male. Nel frattempo si spremono le fabbriche esistenti come limoni e si aggiornano macchinari che costano quanto una piccola nazione europea. Altman parla di trilioni per il compute. Wei parla di nervosismo. Sono due facce della stessa ansia.
OpenAI, nel dubbio, firma un accordo da almeno dieci miliardi con Cerebras. Settecentocinquanta megawatt di potenza computazionale fino al 2028. Non è una partnership, è una polizza assicurativa. La strategia è chiara: non dipendere da un solo fornitore, non restare ostaggio di Nvidia, costruire un portafoglio di compute come fosse un fondo di investimento. Cerebras, che prepara l’IPO e vale già ventidue miliardi sulla carta, diventa così un pezzo dell’infrastruttura cognitiva di OpenAI. Più che chip, mattoni del monopolio futuro. E sì, Cerebras è anche finanziata da Altman. Capitalismo circolare, versione AI.
Google intanto gioca la sua partita preferita: usare ciò che già possiede. Gemini ora può accedere a Gmail, YouTube, Foto, Search, se l’utente acconsente. La chiamano Personal Intelligence. È un nome gentile per dire che Google sa già tutto di te e ora lo usa per anticiparti. L’esempio delle gomme del minivan fa sorridere, ma il punto è più profondo. Nessuno ha un grafo della vita digitale come Google. OpenAI ha modelli eccellenti, Anthropic ha narrativa etica, ma Google ha la tua cronologia. E ora anche Apple, con Siri alimentata da Gemini, lo ammette implicitamente. Distribuzione batte innovazione pura, ancora una volta.
Alibaba. Qwen diventa il centro dell’esperienza consumer. Shopping, viaggi, pagamenti, mappe. Cento milioni di utenti attivi mensili. Qui l’AI non è un assistente che chiacchiera, è un agente che compra, prenota, paga. L’Occidente discute di alignment e prompt engineering, la Cina integra l’AI nei flussi quotidiani. Se vuoi capire il futuro degli agenti autonomi, guarda meno le demo e più le super app asiatiche. Lì l’AI non fa scena, fa conversione.
Mettendo tutto insieme, il quadro è piuttosto chiaro anche se volutamente caotico. Il talento rimbalza tra aziende come capitale umano liquido. Il compute diventa la nuova energia strategica. I chip sono il collo di bottiglia del secolo. I dati personali sono l’arma definitiva. Le app consumer sono il vero campo di battaglia. Tutti parlano di modelli, ma la partita si gioca sull’infrastruttura, sulla distribuzione e sulla capacità di trasformare l’intelligenza artificiale in abitudine quotidiana.
Un altro sorso di caffè. Amaro, sì. Ma estremamente lucido. In questo mercato non vince chi ha l’idea migliore. Vince chi può permettersi di sbagliare più a lungo degli altri.