Il Medio Oriente sembra sull’orlo di un déjà vu bellico, con tensioni tra Stati Uniti e Iran che minacciano di trasformarsi in un nuovo teatro di instabilità. In questo contesto, Turchia e Pakistan hanno sollevato il sipario su un’intesa trilaterale di difesa con l’Arabia Saudita, un’operazione diplomatica che profuma di realpolitik e di un’insofferenza crescente verso Washington.
Già da giovedì scorso, Raza Hayat Harraj, ministro pakistano per la produzione della difesa, ha confermato a Reuters che il progetto è “già in cantiere”, precisando che non si tratta di un’estensione dell’accordo di mutua difesa già firmato tra Islamabad e Riyadh. Tradotto: niente garanzie automatiche di intervento militare in caso di conflitto, ma una piattaforma collaborativa per costruire capacità comuni, allenare le forze e condividere strategie, quanto basta per rafforzare la deterrenza regionale.
Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco, ha aggiunto che i colloqui con stati regionali – senza rivelare i nomi – sono iniziati all’inizio dello scorso anno. L’obiettivo dichiarato è creare un “meccanismo di sicurezza condiviso” che consenta di affrontare questioni regionali con maggiore fiducia reciproca, anche se la realtà geopolitica rende tutto più complicato di quanto un comunicato stampa possa suggerire.
Andreas Krieg, docente associato di studi sulla difesa al King’s College di Londra, sintetizza il senso strategico del progetto: un tentativo di costruire una “geometria della sicurezza più autonoma, che colleghi Golfo, Anatolia e Asia meridionale”. In altre parole, la nuova alleanza segnala che Riyadh, Ankara e Islamabad vogliono diversificare i partner oltre l’ombrello occidentale e inviare a Teheran un messaggio di deterrenza meno mediato da Washington.
Dalla teoria alla pratica, però, il percorso è irto di ostacoli. Priorità divergenti rischiano di creare frizioni: l’Arabia Saudita concentra le risorse su difesa aerea, missilistica e sicurezza marittima; la Turchia è orientata dalla situazione siriana, dall’area del Mediterraneo orientale e dagli obblighi NATO; il Pakistan deve calibrare le mosse tra India, Iran e sicurezza interna. La condivisione di intelligence e i comandi unificati rappresentano un altro nodo critico, perché ciascuno dei tre partner è riluttante a cedere dati sensibili o sistemi di comando.
Questione industriale e tecnologica non secondaria: co-produzione, trasferimento tecnologico, prezzi e compensazioni sono spesso il tallone d’Achille di qualsiasi intesa militare. I negoziati potrebbero durare mesi, forse anni, prima di tradursi in qualcosa di operativo.
Il tutto arriva mentre Trump annuncia tariffe del 25 per cento sui partner commerciali dell’Iran, un provvedimento che minaccia di sconvolgere supply chain regionali e mercati alimentari. UAE, Pakistan e Arabia Saudita osservano con attenzione, consapevoli che bloccare o ridurre il flusso commerciale con Teheran può provocare un crollo del rial, aumento dell’inflazione e ulteriori proteste interne. Farzan Sabet, ricercatore del Global Governance Centre di Ginevra, avverte di un possibile “surge massiccio dell’inflazione” se le tariffe danneggiano l’economia iraniana, già fragile.
Il pragmatismo dei partner regionali suggerisce che la risposta americana potrebbe rimanere sulla carta. Esfandyar Batmanghelidj del think tank Bourse and Bazaar osserva come mantenere l’economia iraniana a galla sia una priorità strategica per gli Emirati fin dal 2021, e dubita che le tariffe avranno effetti concreti o duraturi. Analogamente, Bill Park di King’s College sottolinea che le nuove tariffe sembrano più il frutto di retorica elettorale che di implementazione concreta.
Nel frattempo, Turchia e Iran stanno rafforzando il commercio bilaterale e il gas iraniano verso Ankara, dimostrando che quando le pressioni esterne aumentano, le soluzioni creative e i workarounds regionali prendono il sopravvento sulla rigidità ideologica. La trilateralità proposta, quindi, non è solo una questione militare, ma un tentativo di costruire una rete strategica resiliente che possa sopravvivere alle oscillazioni delle politiche di Washington.
Se il progetto vedrà la luce, si tratterà di un modello di sicurezza che sfida l’egemonia americana senza dichiararlo apertamente, combinando capacità militari, interessi economici e una certa dose di cinismo politico. Il Medio Oriente, ancora una volta, mostra la sua abilità nell’adattarsi al caos con logiche proprie, lontane dalla semplicità dei comunicati diplomatici e dagli slogan delle sanzioni.