A pochi giorni dall’inizio del Forum di Davos 2026, il World Economic Forum ha pubblicato il suo Chief Economists’ Outlook e, come spesso accade con questi documenti, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una fotografia in cui nessuno sorride davvero, ma quasi tutti provano a sembrare un po’ meno preoccupati rispetto a ieri. Il 53% degli economisti intervistati si aspetta un peggioramento delle condizioni economiche globali nel corso dell’anno. Non è una buona notizia, ma è comunque un miglioramento rispetto al 72% di settembre 2025. In altre parole, il mondo resta nervoso, ma almeno ha smesso di iperventilare.

Il rapporto individua 3 grandi forze che stanno ridisegnando il panorama economico del 2026: 1) l’esplosione degli investimenti in intelligenza artificiale e il loro impatto sull’economia reale; 2) un livello di debito che si avvicina a soglie sempre più delicate; 3) un commercio globale che si sta riorganizzando lungo nuove linee geopolitiche. È una combinazione che somiglia molto a un numero da circo senza rete: affascinante da guardare, ma non esattamente rassicurante.

Partiamo dall’AI, perché è lì che si concentra una parte importante delle speranze e delle paure. Secondo il 78% dei chief economist intervistati, Stati Uniti e Cina vedranno guadagni di produttività nei prossimi due anni, soprattutto nel settore IT, ma anche in quelli della finanza, delle supply chain, della sanità, dell’ingegneria e del retail. E le grandi aziende, quelle per intenderci con più di mille dipendenti, saranno le prime a beneficiarne. Tutto abbastanza prevedibile potremmo osservare se no fosse invece che, meno prevedibile è il nervosismo dei mercati: le valutazioni delle azioni legate all’intelligenza artificiale dividono gli economisti, con un 52% che si aspetta un calo nei prossimi dodici mesi e un 40% che invece scommette su ulteriori rialzi. Ma attenzione, se dovesse arrivare un crollo, il 74% teme effetti a catena su scala globale. Non proprio il genere di tranquillità che si vorrebbe appendere in borsa.

Sul fronte dell’occupazione, il tono è quasi prudenzialmente ottimista nel breve periodo. Nei prossimi due anni, due terzi degli economisti prevedono perdite di posti di lavoro limitate. Ma se si allunga l’orizzonte a dieci anni, il quadro inizia a colorarsi di tinte fosche: il 57% teme un saldo occupazionale negativo, mentre solo il 32% si dice fiducioso che l’AI crei più lavoro di quanto ne distrugga. È il classico dilemma tecnologico del nostro tempo, solo che questa volta sembra un po’ più difficile rifugiarsi nel “vedrete che alla fine andrà tutto bene”.

Poi c’è il grande convitato di pietra: il debito. Gestire livelli così elevati è diventato una sfida centrale per governi che, nel frattempo, devono fare i conti con pressioni crescenti sulla spesa. Quella per la difesa, in particolare, è attesa in aumento quasi ovunque, con il 97% dei chief economist che prevede incrementi nelle economie avanzate e il 74% nei mercati emergenti. A crescere però non sarà solo il comparto militare, cresceranno anche gli investimenti in infrastrutture digitali ed energetiche, mentre il resto dovrebbe restare più o meno stabile. Il rischio, nemmeno troppo nascosto, è che qualcuno sia tentato di usare l’inflazione come scorciatoia per ridurre il peso del debito. Una soluzione che storicamente non ha mai brillato per eleganza.

Sul commercio globale, il rapporto è altrettanto chiaro: il mondo si sta adattando a una realtà più competitiva e frammentata. I dazi tra Stati Uniti e Cina dovrebbero restare stabili, ma la competizione si sposterà su altri fronti, a partire dalla tecnologia e dalle materie prime critiche. Il 91% degli economisti si aspetta che le restrizioni americane sulle esportazioni tecnologiche verso la Cina restino o aumentino e l’84% prevede lo stesso per le limitazioni cinesi all’export di minerali strategici. Nel frattempo, il 94% vede un aumento degli accordi bilaterali e il 69% una crescita di quelli regionali. La globalizzazione insomma non è morta, ma di certo ha cambiato forma e carattere.

Quanto alle prospettive di crescita, il quadro è a macchia di leopardo. Il Sudest asiatico, trainato dall’India, viene visto come l’area più dinamica. Gli Stati Uniti migliorano sensibilmente, con una maggioranza che si aspetta una crescita moderata e una minoranza che scommette su uno scenario più robusto. La Cina resta in una zona grigia, con prospettive miste, mentre l’Europa è la regione che preoccupa di più: oltre la metà degli economisti prevede una crescita debole.

Insomma, analizzata nel suo insieme, la fotografia del WEF racconta un 2026 in cui l’economia globale mostra una certa tenuta, sebbene si ritrovi a camminare su un terreno pieno di crepe. Tra valutazioni di Borsa elevate, la grande scommessa sull’intelligenza artificiale e un riallineamento geopolitico che crea è vero nuove opportunità ma anche rischi sistemici, Davos si prepara a discutere non tanto di come crescere di più, quanto di come evitare di inciampare. E forse, per i tempi che corrono, è già un obiettivo piuttosto ambizioso.