Se qualcuno pensa ancora che la geopolitica sia fatta solo di foto di rito (che pure non sono mancate) e comunicati pieni di buone intenzioni, il vertice di Tokyo tra Giorgia Meloni e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi offre un utile aggiornamento. Qui il lessico è quello del futuro prossimo e nemmeno troppo astratto: intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio, alta tecnologia. In altre parole, tutto ciò che oggi decide non solo la competitività economica, ma anche il peso strategico di un Paese nel mondo.
La dichiarazione congiunta diffusa al termine dell’incontro parla chiaro: Italia e Giappone vogliono rafforzare la cooperazione scientifica e tecnologica e farlo in modo molto concreto, facilitando partnership industriali, investimenti diretti e flussi commerciali soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza. L’obiettivo dichiarato è migliorare ulteriormente il contesto degli investimenti in entrambi i Paesi, che in linguaggio diplomatico significa una cosa piuttosto semplice: rendere più facile e conveniente per le aziende scommettere su questo asse Roma-Tokyo.
Dentro questa cornice c’è un elenco di ambiti che sembra scritto apposta per raccontare dove si giocherà la crescita nei prossimi dieci anni: intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, biomanifattura, infrastrutture, energia, farmaceutica e, naturalmente, spazio (che occupa sempre più l’agenda geopolitica dopo la decisione della Cina di mettere in orbita più di 2000 satelliti e il lancio di un satellite di sorveglianza da parte dell’Algeria da una base cinese). Non è un caso che proprio sullo spazio le due leader abbiano deciso di accelerare, valorizzando la cooperazione già esistente tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la JAXA e aprendo a nuove consultazioni per favorire partnership commerciali, industriali, scientifiche e anche di sicurezza. Perché oggi lo spazio non è più solo esplorazione, è infrastruttura critica, è dati, è comunicazione, è un pezzo sempre più centrale della sovranità tecnologica.
Meloni lo ha detto in modo piuttosto diretto: Italia e Giappone condividono la stessa impostazione di fondo su alcune delle grandi sfide globali, dal governo dell’immigrazione a quello dell’intelligenza artificiale, passando per il tema dell’autonomia strategica e per il rapporto con aree chiave come l’Africa, dove i due Paesi portano avanti progetti di cooperazione sorprendentemente simili. Tradotto in termini meno diplomatici, significa che c’è una convergenza di visione che rende questa partnership qualcosa di più di una somma di interessi contingenti.
Il punto interessante è che questa cooperazione non si ferma all’economia civile. Il riferimento al Gcap, il programma congiunto per lo sviluppo di sistemi avanzati nel campo della difesa, ricorda che oggi la linea di confine tra innovazione industriale, tecnologia dual use e sicurezza nazionale è sempre più sottile. Investire insieme in tecnologia significa anche costruire insieme un pezzo della propria capacità di protezione e di influenza.
C’è poi il capitolo forse più delicato e allo stesso tempo più promettente: l’intelligenza artificiale. Qui l’intesa non è solo su chi produce cosa, ma su come governare queste tecnologie. In un mondo che corre tra accelerazioni improvvise e paure altrettanto rapide, l’idea di due democrazie industriali che provano a coordinarsi su standard, regole e applicazioni responsabili dell’AI non è un dettaglio. È una mossa strategica che guarda tanto alla competitività quanto alla stabilità.
A leggere tra le righe, il vertice di Tokyo racconta anche un’altra storia, più ampia: quella di un mondo che si sta organizzando in reti di partnership selettive per ridurre dipendenze critiche, soprattutto nei semiconduttori e nelle tecnologie chiave. In questo scenario, l’asse Italia-Giappone non è un semplice esercizio di diplomazia economica, ma un tassello di quel grande riassetto delle catene del valore che sta ridisegnando la globalizzazione.
Meloni ha usato una definizione che suona quasi didattica ma in realtà è piuttosto politica: cooperazione come “lavorare con”, non come rapporto tra chi guida e chi segue. È una formula che descrive bene il senso di questo incontro. Non c’è un Paese che insegna e uno che impara, ma due sistemi industriali avanzati che cercano di mettere insieme competenze diverse per reggere una competizione sempre più dura.
Alla fine, il messaggio che esce da Tokyo è semplice e ambizioso allo stesso tempo. Italia e Giappone vogliono essere non solo spettatori del mondo che sta nascendo, quello in cui l’AI decide i ritmi dell’economia, i semiconduttori diventano una questione di sicurezza nazionale e lo spazio smette di essere un orizzonte lontano per diventare un’infrastruttura quotidiana. E per farlo hanno scelto la strada meno spettacolare ma più solida: costruire alleanze tecnologiche, pezzo dopo pezzo. In tempi di grandi incertezze, è forse la forma più concreta di politica industriale e geopolitica insieme.