A Davos, in questi primi due giorni del World Economic Forum, l’aria è quella delle grandi svolte che nessuno osa chiamare per nome. La cittadina svizzera, che ogni gennaio si trasforma nel centro di gravità del potere globale, oggi sembra più un osservatorio sismico che il salotto buono della globalizzazione. Tutti sentono le scosse, pochi fingono di non accorgersene. Il tema ufficiale è “Uno spirito di dialogo”, ma basta attraversare i corridoi del centro congressi per capire che qui il dialogo è diventato un esercizio di equilibrio su una faglia geopolitica che si allarga.
Donald Trump è il convitato di pietra e, allo stesso tempo, il protagonista annunciato. Il suo ritorno sulla scena internazionale con un’agenda esplicitamente pro business e muscolare ha già cambiato il tono delle conversazioni prima ancora di mettere piede nelle sale del Forum. A Davos lo si aspetta come si aspetta una perturbazione: non si sa esattamente dove colpirà, ma tutti si stanno già preparando a riparare le finestre. Groenlandia, dazi, pressioni sulla Federal Reserve, Gaza, Iran, Ucraina. L’elenco dei fronti aperti è lungo e racconta una cosa semplice: l’America First non è più solo uno slogan, è diventata una variabile strutturale dell’economia mondiale
Mirek Dušek, uno degli uomini chiave del WEF, lo ha detto senza giri di parole: la geopolitica sta cambiando rapidamente, siamo in una fase di transizione, forse già in una nuova era. Tradotto dal linguaggio diplomatico significa che le regole che pensavamo stabili non lo sono più. E infatti a Davos si parla meno di crescita e più di fratture, meno di opportunità e più di rischi. Il divario tra ricchi e poveri, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, i conflitti geo economici, l’erosione della fiducia tra Stati. Sono circa tremila i partecipanti, ma la sensazione è che il mondo sia molto più affollato di interessi incompatibili.
La prima vera risposta politica al clima trumpiano è arrivata da Pechino. Il vicepremier He Lifeng ha messo in guardia contro il ritorno alla “legge della giungla”, un’espressione che a Davos non si sentiva da tempo. Nessun Paese dovrebbe avere privilegi basati solo sulla forza, ha detto, criticando senza nominarli gli unilateralismi e gli accordi che scavalcano le regole del commercio globale. Il sistema multilaterale, ha avvertito, sta affrontando sfide senza precedenti. È difficile non leggere queste parole come un messaggio diretto a Washington, soprattutto mentre l’amministrazione americana torna a parlare di Groenlandia e di nuovi equilibri imposti più con il peso politico che con la diplomazia.
Da quest’altra parte del globo, Emmanuel Macron ha scelto l’ironia come arma. Ha ricordato che nel 2025 ci sono state più di sessanta guerre, un record assoluto e che alcune, certo, qualcuno dice di averle già risolte. La platea ha riso, ma il messaggio era serio. Accettare la legge del più forte significa scivolare verso una nuova forma di “vassallizzazione”, verso una politica del sangue che l’Europa non può permettersi di subire. Macron ha insistito su un punto che torna come un ritornello in questa edizione del Forum: più sovranità europea e, allo stesso tempo, un multilateralismo efficace. Non è una contraddizione, è un tentativo di sopravvivenza strategica.
Se la politica discute, i mercati tremano. Christine Lagarde ha usato parole insolitamente dirette per il lessico delle banche centrali. I dazi minacciati da Trump e l’incertezza che ne deriva sono una chiamata a svegliarsi per l’Europa. Le aziende, grandi e piccole, non sanno più come vendere, come comprare, chi pagherà il conto delle tariffe. L’incertezza, ha detto, è tornata ed è scomoda per tutti. E quando l’incertezza diventa strutturale, anche le economie che oggi “vanno ragionevolmente bene” rischiano di fermarsi. Da qui l’invito, quasi un monito, a costruire un Piano B europeo, a rafforzare il mercato interno e a prepararsi a un mondo in cui i rapporti tradizionali con gli Stati Uniti potrebbero non tornare più quelli di prima.
Un tavolo, quello di Davos, dove non c’è solo la geopolitica. C’è anche il futuro del lavoro, che ha il volto sempre più riconoscibile dell’intelligenza artificiale. Il debutto di Jensen Huang, il numero uno di Nvidia, è stato uno dei segnali più chiari di dove stia andando il baricentro del capitalismo. Kristalina Georgieva, dal Fondo Monetario Internazionale, ha provato a mettere numeri e inquietudini nella stessa frase. L’AI potrebbe aumentare la produttività di quasi un punto percentuale nei prossimi anni, ma sul mercato del lavoro sta arrivando come uno tsunami e la maggior parte di Paesi e aziende non è pronta. Insomma, crescita e trauma, promessa e rischio, nello stesso pacchetto.
Tutto questo avviene mentre i dati sulla disuguaglianza fanno da sottofondo imbarazzante. Oxfam ricorda che la ricchezza dei miliardari ha superato i 18 mila miliardi di dollari, crescendo di oltre il 16 per cento in un solo anno, mentre quasi metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà. L’organizzazione accusa apertamente l’amministrazione Trump di portare avanti un’agenda pro miliardari. A Davos nessuno lo dice così, ma molti lo pensano: il capitalismo sta diventando sempre più difficile da difendere anche per chi lo governa.
E poi c’è il simbolo più potente di questa edizione: l’assenza di Klaus Schwab. Dopo 55 anni, il fondatore del Forum non c’è più. Al suo posto una leadership condivisa, con Larry Fink di BlackRock e André Hoffmann di Roche. È un cambio di testimone che somiglia a una metafora. Finisce un’epoca in cui Davos si illudeva di essere la cabina di regia del mondo. Ne inizia un’altra in cui Davos è soprattutto lo specchio delle sue paure.
Insomma, questi primi giorni del Forum non hanno prodotto soluzioni, ma hanno chiarito il problema. Il mondo sta entrando in una fase in cui la forza torna a essere un argomento politico ed economico legittimo. Trump lo incarna, la Cina lo teme, l’Europa cerca di attrezzarsi. Nel frattempo, l’intelligenza artificiale corre più veloce delle regole e la disuguaglianza continua ad allargare il fossato sotto i piedi della classe media globale. A Davos si continua a parlare di dialogo, ma la sensazione è che tutti stiano già scegliendo da che parte stare.