Donald Trump ha inaugurato il suo cosiddetto Board of Peace durante il World Economic Forum a Davos giovedì 22 gennaio 2026, un evento che somiglia più a una sfilata di autoproclamati salvatori del mondo che a un meccanismo credibile di pace globale. Trump ha firmato lo statuto del Board of Peace davanti a una ventina di rappresentanti di paesi che hanno aderito all’organismo, sostenendo che “tutti vogliono farne parte” e che questa entità potrebbe persino rivaleggiare o sostituire l’Organizzazione delle Nazioni Unite in futuro.

In realtà la cerimonia ha mostrato bene il contrasto tra la retorica di Trump e i fatti sul terreno. Numerosi alleati tradizionali degli Stati Uniti, inclusi Paesi europei come Francia, Regno Unito, Norvegia e Svezia, hanno rifiutato l’invito o non hanno ancora confermato la loro adesione, esprimendo preoccupazioni sul fatto che l’iniziativa possa indebolire il ruolo dell’ONU e delle istituzioni multilaterali esistenti.

La partecipazione, per ora, è concentrata principalmente su paesi del Medio Oriente, Sud America e Asia. Stati come Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar e Emirati Arabi Uniti hanno detto sì, mentre altre grandi potenze come Cina, India, Russia e l’esecutivo dell’Unione Europea non hanno ancora annunciato un impegno definitivo.

Ali Shaath, capo del nuovo governo tecnocratico a Gaza, ha affermato che il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto si aprirà in entrambe le direzioni la prossima settimana, dopo che Israele aveva annunciato mesi fa l’apertura senza poi attuarla.

Questa iniziativa non è nata dal nulla: è parte di un piano di pace in 20 punti per Gaza promosso dagli Stati Uniti, autorizzato tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel novembre 2025, e concepito come organo di supervisione per la transizione postbellica e la ricostruzione della Striscia di Gaza. La risoluzione 2803 autorizza il Board of Peace a coordinare la ricostruzione, supervisionare un’amministrazione transitoria e coordinare la consegna degli aiuti umanitari sotto la guida di un comitato nazionale palestinese (NCAG).

Nonostante la retorica di Trump, che ha descritto l’evento come uno dei momenti più importanti della storia, le ambizioni globali attribuite al Board of Peace vanno ben oltre ciò che lo statuto effettivo dichiara. Il testo, come sottolineato da analisti indipendenti, non menziona esplicitamente Gaza come unico oggetto della missione e prevede un mandato più ampio per la promozione della stabilità nelle aree di conflitto, ma resta ampiamente generico e aspirazionale.

Critici europei, come la segretaria agli esteri britannica Yvette Cooper, hanno espressamente detto che non parteciperanno perché il board è legato a “un trattato legale che solleva questioni molto più ampie” e perché è problematico includere figure come Vladimir Putin in un organismo dedicato alla pace, dato che la sua Russia non mostra impegni concreti per la pace in Ucraina.

La questione del Board of Peace ha anche generato tensioni diplomatiche: Corriere della Sera e altri media italiani riferiscono che l’Italia non prenderà parte all’iniziativa per incompatibilità con la Costituzione italiana in materia di partecipazione a organizzazioni internazionali, mentre il Vaticano ha ricevuto l’invito e sta valutando il da farsi.

Sebbene Trump abbia provato a minimizzare l’assenza di alcuni Paesi, affermando che 59 nazioni avrebbero aderito, è chiaro che la maggior parte di questi non era presente fisicamente alla cerimonia, e molti governi stanno ancora discutendo internamente la questione prima di confermare la partecipazione.

Il Board of Peace non è solo un’altra sigla di politica estera: rappresenta un’idea di Trump di rimodellare l’ordine multilaterale mondiale secondo una logica fortemente centrata su di sé e sugli Stati Uniti. La retorica di Trump parla di “leader potenti”, di sostituire l’ONU e di portare stabilità globale, ma l’assenza di potenze chiave e la vaghezza delle competenze effettive suggeriscono che il Board rimane, per ora, più un progetto simbolico che una soluzione concreta per conflitti come quello di Gaza.