Per anni l’Europa ha parlato di sovranità tecnologica con la stessa convinzione con cui si parla di dieta a gennaio: molta buona volontà, pochi fatti concreti. Ora, però, qualcosa si muove davvero. Il Consiglio dell’Unione Europea ha appena aperto la strada alla creazione delle cosiddette gigafactory per l’intelligenza artificiale, infrastrutture di calcolo pensate per addestrare i modelli di nuova generazione e, soprattutto, per ridare all’industria europea un po’ di peso specifico nella partita globale dell’AI. E come se non bastasse, dentro questo nuovo disegno c’è anche un pilastro dedicato alle tecnologie quantistiche, cioè a quella che potrebbe essere la prossima rivoluzione dopo l’AI.

La decisione passa da una modifica al regolamento che governa EuroHPC, l’impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni. In pratica, si allarga il perimetro: non più solo supercomputer e infrastrutture HPC in senso classico, ma veri e propri poli industriali del calcolo, le gigafactory dell’AI, capaci di mettere insieme potenza computazionale, dati, ricerca e applicazioni industriali. Con una novità che pesa parecchio: per la prima volta, l’architettura europea del supercalcolo integra esplicitamente un asse quantistico.

È un segnale politico prima ancora che tecnologico. Come ha detto il viceministro cipriota della ricerca, a nome della presidenza di turno del Consiglio, l’Europa vuole muoversi “in modo coraggioso e rapido”. Tradotto dal linguaggio istituzionale: abbiamo capito che restare spettatori mentre Stati Uniti e Cina costruiscono imperi digitali non è più un’opzione praticabile.

Le gigafactory per l’AI non sono fabbriche nel senso classico, ma lo diventano in quello economico. Sono luoghi dove si “produce” intelligenza artificiale su scala industriale, addestrando modelli sempre più grandi e sofisticati, mettendoli a disposizione di imprese, pubbliche amministrazioni e ricerca. Per farlo servono investimenti giganteschi, ed è qui che entra in scena InvestAI, l’iniziativa lanciata da Ursula von der Leyen per mobilitare fino a 200 miliardi di euro, con un fondo specifico da 20 miliardi dedicato proprio alle gigafactory. Bruxelles ha già raccolto 76 manifestazioni di interesse per progetti che, messi insieme, superano i 230 miliardi di euro nei prossimi tre-cinque anni. Numeri che, per una volta, fanno sembrare l’Europa meno timida del solito.

Ma la parte forse più interessante non è l’AI in sé. È il fatto che tutto questo venga costruito insieme a un pilastro quantistico. Il messaggio è chiaro: mentre si corre per non perdere il treno dell’intelligenza artificiale, si vuole anche preparare la stazione per quello successivo. Il calcolo quantistico non è ancora pronto per l’uso di massa, ma promette di cambiare radicalmente il modo in cui risolviamo problemi complessi, dalla simulazione di nuovi materiali alla crittografia, dalla chimica alla logistica. Metterlo fin da ora dentro l’ecosistema delle infrastrutture europee significa evitare di ripetere l’errore fatto con il cloud e con le piattaforme digitali, dove il Vecchio Continente ha finito per comprare tecnologia invece di costruirla.

Il nuovo mandato di EuroHPC va proprio in questa direzione. Non solo sviluppo e gestione delle gigafactory, ma anche cooperazione pubblico-privata, regole per il finanziamento e gli appalti, e una particolare attenzione a non schiacciare start-up e scale-up sotto il peso dei grandi player. L’idea è creare un ecosistema, non un altro club per pochi campioni nazionali. E dare ai partner una certa flessibilità per ottimizzare i risultati, che in linguaggio europeo significa: proviamo, almeno una volta, a non farci paralizzare dalla burocrazia.

Tutto questo avviene in un momento in cui la competizione globale sul calcolo è diventata esplicitamente geopolitica. Gli Stati Uniti stanno costruendo la loro supremazia sull’AI a colpi di investimenti privati e infrastrutture gigantesche, la Cina fa lo stesso con una strategia statale molto aggressiva. L’Europa, che non ha né i colossi del cloud americani né la centralizzazione cinese, sta cercando una terza via: mettere insieme risorse pubbliche, industria e ricerca per creare una base comune su cui far crescere un mercato.

Il fatto che questa base includa anche il quantistico dice molto su come Bruxelles vede il futuro. Non solo recuperare terreno, ma provare a giocare d’anticipo sulla prossima ondata tecnologica. È una scommessa ambiziosa, costosa e inevitabilmente piena di rischi. Ma è anche l’unico modo per evitare che tra dieci anni ci si ritrovi a scrivere l’ennesimo articolo su “come l’Europa ha perso un altro treno”.

Le gigafactory dell’AI e il pilastro quantistico non risolveranno da soli i problemi di competitività del continente. Però segnano un cambio di passo: dall’Europa che regolamenta l’innovazione a quella che prova, finalmente, a costruirla. E in un mondo in cui il potere passa sempre più dai chip e dagli algoritmi, avere una casa propria dove farli nascere non è più un lusso. È una necessità strategica.