Una parola attraversa il primo Bollettino economico del 2026 della Banca d’Italia: è equilibrio o, meglio, la sua assenza. Da una parte c’è l’AI che continua a spingere investimenti, profitti e capitalizzazioni come un motore turbo montato su un’economia che aveva già ripreso velocità. Dall’altra, un mercato finanziario che sembra correre un po’ più avanti della realtà, con valutazioni che, pur avendo delle buone ragioni per essere così alte, iniziano ad assomigliare a una scommessa collettiva sul futuro.
Bankitalia lo dice con il suo solito stile misurato, che è sempre più preoccupante di qualsiasi titolo allarmistico: il boom di Borsa dei fornitori di applicazioni di intelligenza artificiale, dei servizi cloud e dell’hardware si basa su aspettative di redditività che vari indicatori possono anche giustificare; tuttavia, la combinazione tra crescente ricorso all’indebitamento, risultati inferiori alle attese nel terzo trimestre del 2025 e un clima di ottimismo sempre più spinto potrebbe esporre il mercato a forti correzioni se quelle aspettative dovessero rivelarsi troppo rosee.
Il punto non è solo che i prezzi sono alti. È che il sistema è diventato più interdipendente. Le grandi aziende dell’ecosistema AI sono sempre più legate tra loro da rapporti di fornitura e partecipazioni incrociate. Tradotto: se una starnutisce, il rischio è che le altre prendano l’influenza. E quando si guarda al quadro generale, con il rapporto tra capitalizzazione di mercato e Pil e con il peso del settore tecnologico sulla capitalizzazione totale a livelli storicamente elevati, l’idea di una correzione smette di sembrare un’ipotesi accademica e diventa uno scenario da tenere seriamente in considerazione.
Il cuore di tutto resta la fame di calcolo. La crescente adozione di tecnologie avanzate e la rapida diffusione delle applicazioni di intelligenza artificiale hanno fatto esplodere la domanda di risorse computazionali, fornite in gran parte sotto forma di servizi cloud da poche grandi società statunitensi. Amazon, Alphabet e Microsoft da sole controllano circa il 65 per cento del mercato globale. Negli Stati Uniti, la costruzione di data center e infrastrutture digitali ha spinto gli investimenti IT a crescere in media del 20,4 per cento in termini reali nei primi tre trimestri del 2025, spiegando praticamente tutta la crescita degli investimenti fissi. E già che c’erano, questi investimenti hanno anche aumentato le importazioni di semiconduttori e server, dando una mano al commercio mondiale.
Finché la storia è questa, è difficile non essere ottimisti. Ed è infatti su questa base che nel 2025 il settore tecnologico ha contribuito per circa il 60 per cento all’aumento complessivo della Borsa americana. Oggi le prime dieci società del comparto rappresentano più di un terzo dell’intera capitalizzazione del mercato statunitense, un livello di concentrazione che storicamente non si vede tutti i giorni. Secondo diversi indicatori, le valutazioni sono elevate rispetto alle medie del passato, tanto che il paragone con la bolla delle dot-com è tornato a circolare con una certa insistenza. Con una differenza importante: questa volta dietro ci sono ricavi veri, profitti veri e una domanda che, almeno per ora, sembra tutto fuorché effimera.
Bankitalia non nega affatto la solidità del trend. Anzi, osserva che nonostante l’incertezza sulla profittabilità futura di chi sviluppa i grandi modelli di intelligenza artificiale, come OpenAI o Anthropic, il mercato delle applicazioni continua a espandersi con forza. I prezzi ancora altissimi delle risorse di calcolo di ultima generazione e il quasi pieno utilizzo dei data center dicono chiaramente che l’offerta fatica a stare dietro alla domanda. Nel 2025 i ricavi dei principali fornitori di cloud sono cresciuti di oltre il 20 per cento, superando i 350 miliardi di dollari su base annua, e a beneficiarne non sono state solo le big tech, ma anche tutta la filiera, dai produttori di chip come NVIDIA in giù.
Il problema, come spesso accade, non è il presente. È il futuro scontato troppo in fretta. Nel terzo trimestre del 2025 l’economia americana ha continuato a crescere a ritmo sostenuto, ancora una volta grazie agli investimenti legati all’AI. Il commercio globale ne ha tratto beneficio e perfino la Cina, pur in un contesto di domanda interna debole, ha cavalcato il vigore degli scambi. Ma guardando al 2026, l’Ocse prevede un lieve rallentamento della crescita mondiale, con rischi al ribasso legati alle tensioni geopolitiche e commerciali e, guarda caso, a possibili correzioni sui mercati finanziari proprio nel settore tecnologico.
In sostanza, il messaggio di Palazzo Koch è semplice e sofisticato allo stesso tempo: l’intelligenza artificiale sta davvero cambiando l’economia e sta davvero creando valore, ma i mercati stanno già vivendo un pezzo di quel futuro come se fosse garantito. E quando succede, la storia insegna che conviene almeno controllare di avere la cintura di sicurezza allacciata. Perché l’AI potrà anche essere la più grande scommessa industriale dei prossimi decenni, ma in Borsa, si sa, anche le buone storie ogni tanto prendono fiato. E quando lo fanno, chi è salito solo per entusiasmo rischia di scoprire che la gravità funziona ancora benissimo.