C’è una frase che torna spesso quando si parla di YouTube e intelligenza artificiale: “sta diventando sempre più difficile distinguere il reale dal generato”. È vera, ed è anche un po’ il segno dei tempi. Neal Mohan, Ceo di YouTube, lo ripete nella sua lettera aperta alla community mentre presenta le priorità della piattaforma per il 2026. YouTube, dice, è ormai la nuova televisione e i creator sono le nuove star della prima serata. Detto così sembra una battuta, ma poi arrivano i numeri e la battuta smette di far ridere. Solo negli Stati Uniti, nel 2024 (per il 2025 appena concluso non sono ancora disponibili i dati), l’ecosistema YouTube ha contribuito al Pil per 55 miliardi di dollari e ha sostenuto quasi mezzo milione di posti di lavoro. Negli ultimi quattro anni, più di 100 miliardi di dollari sono finiti nelle tasche di creator, artisti e aziende dei media. Altro che passatempo.

In mezzo a questa trasformazione, però, è entrata in scena l’intelligenza artificiale. E come sempre succede quando arriva una tecnologia potente, l’entusiasmo si mescola alla paura. A dicembre, più di un milione di canali usava ogni giorno gli strumenti creativi basati sull’AI di YouTube. Non stiamo parlando di una nicchia di smanettoni, ma di un pezzo enorme della produzione quotidiana della piattaforma. Da qui nasce anche il grande spauracchio del momento: l’“AI slop”, l’idea che l’intelligenza artificiale stia riempiendo YouTube di contenuti di bassa qualità, fatti in serie, senz’anima e senza visione.

Mohan promette battaglia. Più filtri contro spam e clickbait, più sistemi per individuare deepfake e contenuti dannosi, più etichette per segnalare ciò che è stato creato o alterato con l’AI. Ed è giusto così. I deepfake sono un problema serio, perché non sono creatività, sono manipolazione. Servono a ingannare, non a raccontare. Su questo non ci sono dubbi.

Il punto, però, è un altro. Davvero tutto ciò che nasce con l’aiuto dell’intelligenza artificiale è spazzatura? Davvero usare un tool AI significa automaticamente rinunciare alla creatività? Qui il discorso si fa più interessante e, forse, un po’ più scomodo. Perché se guardiamo alla storia del cinema e della televisione, ogni nuova tecnologia è stata accusata di “abbassare il livello”. È successo con il sonoro, con il colore, con il digitale, con il montaggio non lineare. Eppure, ogni volta, qualcuno ha usato quegli strumenti per fare cose che prima erano semplicemente impossibili.

L’intelligenza artificiale, nel bene e nel male, è solo l’ultimo capitolo di questa storia. Può essere usata per produrre contenuti pigri e ripetitivi, certo. Ma può anche diventare un’estensione della creatività umana, un modo per sperimentare linguaggi, immaginari, forme narrative che prima erano fuori portata per chi non aveva budget o strutture industriali alle spalle. In questo senso, l’AI non è una scorciatoia: è una gigantesca macchina di democratizzazione creativa.

Oggi un singolo creator può fare cose che, fino a pochi anni fa, richiedevano uno studio intero. Può animare, comporre, montare, creare mondi. Non perché la macchina “si inventa tutto”, ma perché qualcuno la guida, la corregge, la usa come un nuovo tipo di pennello. Dire che questo non ha dignità cinematografica è un po’ come dire che il montaggio digitale non ha dignità perché non si taglia più la pellicola con le forbici.

La vera domanda, allora, è un’altra.

Chi decide che cos’è “slop” e che cosa no?

Un algoritmo?

Una policy?

O il pubblico?

YouTube è diventata la nuova tv proprio perché ha spostato questo potere di giudizio verso gli spettatori. Sono loro che premiano, ignorano, criticano, fanno emergere o affondare un contenuto. Pensare di risolvere tutto a monte, limitando gli strumenti, rischia di somigliare più a una forma di paternalismo creativo che a una vera cura per la qualità.

Lo stesso Mohan, in fondo, lo dice: l’intelligenza artificiale deve restare uno strumento, non un sostituto dell’espressione personale. Ed è esattamente qui il punto di equilibrio. Non si tratta di difendere qualsiasi video generato grazie a strumenti di intelligenza artificiale solo perché è stato fatto con l’AI. Si tratta di difendere il diritto di usare questi strumenti per creare, sbagliare, sperimentare. E poi lasciare che sia il pubblico a decidere cosa vale la pena guardare.

Certo l’AI non renderà tutti artisti, così come una telecamera non ha mai reso tutti registi. Ma può permettere a più persone di provarci. E in un mondo in cui la creatività è sempre stata anche una questione di accesso, non è affatto poco. I deepfake vanno combattuti, senza esitazioni. Il resto, invece, dovrebbe essere giudicato come si è sempre giudicato il cinema, la tv e i video: guardandolo. E decidendo, da spettatori, se ci ha detto qualcosa oppure no.