Dopo quasi vent’anni di negoziati intermittenti, promesse rinviate e bozze finite nei cassetti di Bruxelles e New Delhi, l’Unione Europea e l’India hanno finalmente chiuso un accordo di libero scambio che non è solo commerciale, ma profondamente politico. Ursula von der Leyen lo ha definito senza mezzi termini “la madre di tutti gli accordi commerciali”, una formula enfatica che a Bruxelles usano quando vogliono far capire che la posta in gioco va oltre i dazi. E questa volta è vero.

L’accordo di libero scambio UE India arriva in un momento in cui l’Europa è sotto pressione su due fronti. Da un lato Washington, tornata a parlare il linguaggio delle tariffe come strumento di politica estera, con Donald Trump che minaccia, tassa e usa il commercio come leva geopolitica. Dall’altro Pechino, che continua a macinare surplus e a rendere sempre più sbilanciato il rapporto commerciale con il Vecchio Continente. In mezzo, un’Europa che cerca disperatamente di dimostrare di avere ancora una strategia industriale e commerciale autonoma.

Il cuore dell’intesa è numerico, come sempre. Il 96,6 per cento delle esportazioni europee verso l’India, in valore, vedrà una riduzione o eliminazione dei dazi. Tradotto in linguaggio meno diplomatico, significa che Bruxelles ha finalmente convinto New Delhi ad aprire davvero il mercato, non solo a parole. Secondo la Commissione europea, le esportazioni di beni UE verso l’India, pari a 48,8 miliardi di euro nel 2024, potrebbero raddoppiare entro il 2032. Una previsione ottimistica, certo, ma non irrealistica se si guarda alla dimensione del mercato indiano e alla fame di tecnologia, infrastrutture e beni di qualità.

Il settore che più di tutti guarda all’accordo come a una via di fuga è l’automotive europeo. Dopo anni di crescita illusoria in Cina, seguiti da margini compressi, concorrenza locale aggressiva e una regolazione sempre più politicizzata, i costruttori europei hanno bisogno di un nuovo mercato dove espandersi senza dover chiedere permesso. L’India, con 1,4 miliardi di abitanti e una classe media in lenta ma costante espansione, è il candidato naturale.

Fino a ieri, vendere auto importate in India era un esercizio di masochismo fiscale, con dazi fino al 110 per cento. L’accordo di libero scambio UE India riduce questa barriera al 10 per cento, con una quota di importazione fissata a 250.000 veicoli l’anno. Non è liberalizzazione totale, ma è un cambio di paradigma. Mercedes-Benz, che nel 2024 ha venduto circa 20.000 auto in India, lo dice da tempo con una battuta che è diventata quasi un manifesto. “In India vivono 1,4 miliardi di persone, in Svezia 9,5 milioni, e vendiamo più o meno lo stesso numero di auto. Qualcosa non torna.” Ora qualcosa, finalmente, comincia a tornare.

Macchinari, aeromobili e dispositivi medici, che rappresentano il nucleo duro delle esportazioni europee verso l’India, vedranno i dazi scendere in larga parte a zero. Qui il vantaggio competitivo europeo è evidente. Tecnologia avanzata, standard elevati, affidabilità industriale. In un Paese che sta investendo massicciamente in sanità, infrastrutture e manifattura avanzata, questi non sono dettagli, sono leve strategiche.

C’è poi il capitolo agroalimentare, sempre delicato quando si parla di accordi commerciali europei. Questa volta, però, Bruxelles ha imparato la lezione del Mercosur. L’accordo UE India non apre il mercato agricolo europeo alle importazioni indiane, evitando così lo scontro frontale con le lobby agricole, in particolare francesi. Una scelta politica chiara, che rende la ratifica molto più probabile e veloce rispetto al pantano sudamericano.

In compenso, l’Europa ottiene accesso a uno dei mercati più promettenti per vino e spirits. I dazi sul vino europeo scenderanno dal 150 per cento al 75 per cento, con una riduzione progressiva fino al 20 per cento per i prodotti di qualità più elevata. Gli spirits vedranno un taglio ancora più netto, da picchi del 150 per cento a un massimo del 40 per cento. SpiritsEUROPE lo ha definito un “game changer”, espressione abusata ma appropriata in questo caso.

L’India è il secondo mercato mondiale per volume di spirits, subito dopo la Cina. In un contesto in cui le esportazioni europee di vino e alcolici sono sotto pressione sia a est che a ovest, questo accordo rappresenta una boccata d’ossigeno. La Cina ha recentemente colpito il cognac europeo con misure anti dumping, mentre gli Stati Uniti di Trump hanno imposto dazi del 15 per cento e minacciato più volte tariffe punitive fino al 200 per cento sui prodotti francesi ed europei. Gabriel Picard, presidente della federazione francese dei vini e spirits, lo ha detto senza giri di parole. “Da mesi le nostre esportazioni sono disturbate sia a est che a ovest.” L’India diventa quindi una valvola di sfogo, ma anche un segnale politico.

Il contesto geopolitico è il vero collante di questo accordo. Philippe Le Corre dell’Asia Society Policy Institute lo riassume con una frase che a Bruxelles piace molto. “In questo contesto geopolitico è importante avere accordi che costruiscano fiducia.” Fiducia è una parola chiave, soprattutto in un’epoca in cui il commercio è tornato a essere un’arma e non un terreno neutrale.

L’accordo UE India è anche una risposta indiretta alle tensioni transatlantiche. Le minacce tariffarie di Trump, l’uso disinvolto del commercio come strumento di pressione politica e persino la surreale idea di “acquisire” la Groenlandia fanno parte di una strategia più ampia. Washington vuole ridisegnare le catene del valore globali a proprio vantaggio, e l’Europa, se non vuole essere schiacciata tra Stati Uniti e Cina, deve dimostrare di saper giocare la sua partita.

Questo non significa che l’Europa possa o voglia voltare le spalle alla Cina. Pechino resterà un mercato chiave, anche se sempre più complesso e politicamente sensibile. Ma diversificare non è più un mantra da conferenze, è una necessità industriale. L’India, con tutte le sue contraddizioni, offre questa possibilità.

Le sfide non mancano. Il contesto normativo indiano resta complesso, la burocrazia è lenta, il sistema federale crea asimmetrie e incertezze. Fare business in India richiede pazienza, relazioni locali e una tolleranza al rischio che molte aziende europee hanno perso dopo anni di comfort regolatorio. Ma chi entra ora, con un quadro tariffario più favorevole e un accordo politico solido alle spalle, parte in vantaggio.

Ignacio Garcia Bercero del think tank Bruegel sottolinea un punto spesso trascurato. L’assenza di sensibilità agricole rende questo accordo molto più digeribile politicamente rispetto ad altri. In un’Europa attraversata da proteste agricole, crisi di consenso e paure identitarie, anche il commercio deve essere vendibile internamente. Questo accordo lo è.

A pensarci bene, l’accordo di libero scambio UE India è meno romantico di quanto suggerisca la retorica ufficiale e molto più pragmatico di quanto sembri. Non è una dichiarazione d’amore, è un matrimonio di interesse. Ma in un mondo frammentato, dove le certezze della globalizzazione anni Novanta sono evaporate, anche questo è un segnale di lucidità strategica. L’Europa non sta scegliendo l’India perché è facile, ma perché è necessario. E per una volta, la politica commerciale europea sembra aver capito che il tempo delle esitazioni è finito.